Kolbe: «Se gli angeli potessero essere invidiosi degli uomini, lo sarebbero per una cosa, l'Eucaristia»

Kolbe: «Se gli angeli potessero essere invidiosi degli uomini, lo sarebbero per una cosa, l'Eucaristia»

di Angela Esposito mipk

 

San Massimiliano Kolbe imparò ai piedi dell’altare l’arte della carità. Alla scuola dell’Eucaristia, il discepolo Kolbe non offre qualcosa di sé, ma «spezza» la sua vita per gli altri, si lascia fare a pezzi, dimostrando ad Auschwitz l’amore più grande. Per lui «l’Eucaristia è la forza dell’anima» e perché il sacramento dell’Eucaristia potesse sprigionare tutta la sua forza ed efficacia, nella sua vita dava molta importanza alla preparazione immediata alla santa Messa e al ringraziamento che la segue, perché diceva che «si può e si deve anticipare e prolungare con il buon adempimento dei propri doveri e con la cura di procurare gioia al cuore di Gesù». «Per una comunione fatta bene occorre metà giornata di preparazione e metà di ringraziamento». Il ringraziamento dopo la Messa lo faceva non meno di 20 minuti ed era totalmente immerso in questa preghiera. Come impiegava questi momenti? A volte si fermava in un’adorazione silenziosa. Per tentare di saperne di più, occorre rifarsi alle raccomandazioni che dava ai suoi confratelli, non senza averle lui stesso messe in pratica. La prima è nella stessa etimologia della parola eucaristia: li esortava a «rendere grazie» per i benefici ricevuti, il più grande fra tutti la venuta del Dio eterno e onnipotente in un cuore umano e fragile.

Conosciamo la preghiera che padre Kolbe rivolge al Signore Gesù nel novembre del 1929:

«Sei rimasto su questa misera terra nel santissimo e oltremodo mirabile Sacramento dell’altare e ora vieni a me e ti unisci strettamente a me sotto forma di nutrimento… Già ora il tuo Sangue scorre nel sangue mio, la tua anima, o Dio incarnato, compenetra la mia anima, le dà forza e la nutre».

La meraviglia del padre Kolbe non ha limiti. Subito dopo questa preghiera esclama: «Quali miracoli! Chi ardirebbe supporre?...». Nella conferenza del 10 marzo 1940 dice ai suoi fratelli: «La nostra anima diventa un tabernacolo vivente, e ancora di più. Perché l’anima di Gesù si unisce alla nostra e diventa l’anima della nostra anima. Impossibile capire tutto questo, noi possiamo solo sentirne gli effetti».

Padre Kolbe ringraziava Dio per le grazie ricevute perché «la gratitudine aumenta le grazie e per riceverne sempre di più bisogna pregare molto, soprattutto dopo la comunione». Ancora diceva: «Dopo la santa Comunione dire a Gesù ciò che ti fa soffrire, chiedere consiglio: è il ringraziamento» . Nelle sue meditazioni ripeteva spesso a se stesso: «Impegnati al massimo nel far piacere a Gesù come preparazione e ringraziamento».

Non tralasciava di celebrare la santa Messa per nessun motivo. Celebrava - raccontano i testimoni - con ardore, fuoco e gioia. Ma questa gioia si cambiava in tristezza quando sopravveniva un impedimento maggiore. Con quale rammarico dovette rinunciare a celebrare la Messa a causa della malattia a Cracovia, dal 18 gennaio al 3 febbraio 1922, o più tardi a Niepokalanòw. Altre cause, poi, hanno sconvolto i suoi progetti, come la difficoltà di trovare una chiesa, oppure nei lunghi viaggi come la traversata della Siberia in treno dal 26 giugno al 3 luglio 1930. Dal 17 febbraio 1941 l’impossibilità diventò sempre più radicale. Nei cento giorni che passò a Pawiak, può darsi che sia riuscito a celebrare una volta o due. Ma ad Auschwitz la cosa era semplicemente fuori questione. In un’omelia pronunciata a Casa Kolbe, il 15 ottobre 1977, il cardinale Wojtyla fece notare che, nonostante l’impossibilità di celebrare nel senso sacramentale, «egli ha celebrato fino alla fine, con la sua vita e con la sua morte, il santo sacrificio».

L’Eucaristia è l’amore che arde e brucia la sua esistenza per la vita del mondo. Lo si può rilevare dall’intenzione della sua prima Messa, celebrata nella chiesa di Sant’ Andrea delle Fratte sull’altare dell’apparizione dell’Immacolata. Non la celebrò per i genitori, per i parenti e per quanti lo condussero all’altare, come normalmente amano fare i sacerdoti novelli, ma per la conversione di Sara Petkowitsch, per gli scismatici, i non cattolici, i massoni. E, nel santino-ricordo che distribuì dopo la Messa ai fedeli, mostrava eloquentemente quanto di più prezioso gli stesse a cuore come dono per essi: l’Eucaristia, rappresentata dal calice con l’ostia nelle mani degli angeli e sotto questo simbolo una scritta: «Ecco la bontà del nostro divin Salvatore e il suo amore per gli uomini!». «Se gli angeli potessero essere gelosi degli uomini, lo sarebbero per una cosa sola: la santa Comunione». E ancora: «Quale grazia, quale dignità poter ricevere la santa Comunione». Il suo amore per l’Eucaristia non si affievolirà nel tempo, anzi, crescerà insieme alle difficoltà inevitabili della vita.

Durante la Messa si concentra con tutto se stesso sul mistero che celebra da attirare l’attenzione dei presenti. Dalle testimonianze emerge che era impossibile distrarsi mentre celebrava il padre Massimiliano.

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