Filippine, Marawi. Le armi nascoste nelle moschee e i 70 cristiani salvati da un musulmano

Filippine, Marawi. Le armi nascoste nelle moschee e i 70 cristiani salvati da un musulmano

di Leone Grotti
su «Tempi»

 

«Abbiamo passato delle notti terribili. La gente era spaventata. Un giorno i jihadisti sono venuti a bussare alla porta della casa. I miei figli sono scoppiati a piangere e tutti mi hanno detto di farli stare zitti perché temevano di essere scoperti e di essere uccisi». Anparo Lasola (foto in alto) è ancora scossa. La madre di sei figli è cristiana e vive a Marawi, la città del sud delle Filippine dove è in corso una violentissima guerra tra l’esercito regolare e i terroristi islamici. I jihadisti passano casa per casa con l’intenzione di uccidere i non musulmani.

 CRISTIANI RAPITI. Da due settimane la città della regione di Mindanao, abitata in prevalenza da musulmani, è stata presa ostaggio dai terroristi di Abu Sayyaf e Maute, milizie locali che nel 2014 hanno giurato fedeltà allo Stato islamico. L’esercito delle Filippine è intervenuto in massa, ma ancora non è riuscito a riconquistare tutta la città nonostante i continui bombardamenti. Negli scontri sono già morte 170 persone, tra cui almeno 20 civili, mentre 180 mila residenti sono fuggiti. Non tutti però sono riusciti a scappare e soprattutto i cristiani rischiano la vita. Durante l’assalto alla Cattedrale, che è stata profanata e poi bruciata, i jihadisti hanno già preso in ostaggio un sacerdote e 15 fedeli, giurando di sgozzarli se il presidente Rodrigo Duterte non ritirerà l’esercito.

«COMBATTO IL JIHAD, VOGLIO MORIRE». Quando i terroristi sono arrivati, Anparo non era né in casa sua, né da sola. Oltre al marito e ai figli, si trovava con altri 70 cristiani nell’abitazione di Norodin Alonto Lucan (foto in basso), musulmano e rispettato leader locale della comunità etnica Maranao. L’uomo li aveva accolti per proteggerli. «Quando ho aperto la porta sono rimasti stupiti perché mi conoscevano bene», racconta l’uomo alla Bbc dal centro di evacuazione alle porte della città dove è rifugiato insieme agli altri sfollati. «Li ho convinti a non perquisire casa mia. Allora sono tornati con un comandante Maranao. Siccome lo conoscevo, gli ho proposto di deporre le armi e di proteggerlo davanti al governo. Ma lui mi ha risposto: “Io combatto il jihad. Io voglio morire”. Lui voleva morire e io non potevo farci niente».

«È COME UN VIRUS». L’attacco di Marawi non è un caso. Da anni nella regione l’influenza degli estremisti islamici cresce. I terroristi si presentano alle famiglie musulmane delle città chiedendo che finanzino la lotta armata. E molti bambini seguono i jihadisti, spiega alla Bbc Omar Solitario, ex sindaco di Marawi. «Stanno infiltrando le migliori scuole. È come un virus e non si può fermare solo con le armi». La conquista di Marawi veniva progettata da mesi, ha dimostrato l’Associated Press con documenti inediti, ed è il primo tentativo da parte di gruppi terroristici legati allo Stato islamico nelle Filippine di impossessarsi di una città per cominciare a costruire un Califfato.

ARMI NASCOSTE NELLE MOSCHEE. In città combattono ancora almeno 200 jihadisti e l’esercito non riesce a sconfiggerli perché «hanno costruito tunnel sotterranei che possono resistere anche a una bomba di 200 chili», spiega il generale maggiore Carlito Galvez. I terroristi si erano preparati a una lunga guerra, riempiendo moschee e scuole religiose islamiche di viveri e armi. Secondo il portavoce dell’esercito filippino, hanno messo da parte viveri e munizioni per resistere oltre un mese. Oltre ai cristiani rapiti e ancora nelle mani dei terroristi, ci sono molti fedeli rinchiusi nelle case che temono di essere uccisi. Anparo, la madre di sei figli, non ha dubbi sul perché è riuscita a salvarsi: «Per tutto il tempo abbiamo pregato e offerto le nostre vite a Dio».
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