La sublimità della «Madonna del latte». Un catechismo semplice per tutti

La sublimità della «Madonna del latte». Un catechismo semplice per tutti

di Stefano Chiappalone
dal sito di «Alleanza Cattolica»

 

Tra le raffigurazioni della maternità di Maria espresse dall’arte pittorica, un rilievo tutto particolare assume l’iconografia della «Madonna del latte» a sancire la realtà della «Madre di Dio» e l’efficacia della sua intercessione. Come scrive la specialista Francesca Urizzi, «[…]è infatti esperienza comune il fatto che una donna non possa allattare senza aver partorito» (A.A.V.V., Il Latte della Vita. Alla scoperta delle Madonne del latte tra Varesotto e Canton Ticino, Pietro Macchione Editore, Varese 2016, p. 22).

Che le sue origini si collochino nei primi secoli del cristianesimo in Egitto, presso i copti, oppure a Roma – secondo linee di studio per ora discordanti –, l’iconografia della Galaktotrofousa (dal greco “colei che nutre con il latte”) o Virgo lactans si diffonde soprattutto a partire dal secolo XIII e conosce una straordinaria proliferazione nel quadrilatero tra Como, Varese, Verbania e Canton Ticino tra i secoli XV e XVI. Dal passo del vangelo secondo san Luca, «Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!» (11, 27), nel corso dei secoli la tradizione cristiana ha moltiplicato i riferimenti all’allattamento di Maria. San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) è divenuto poi destinatario privilegiato di una lactatio che ha contribuito alla fortuna e alla diffusione di tale iconografia. La tradizione vuole che il santo pregasse con le parole «monstra te esse matrem» quando dal seno della Madre caddero tre gocce di latte sulle sue labbra, nutrendolo di scienza divina.

Il latte di Maria diviene anche segno e pegno delle grazie che ella ottiene da Cristo per gli uomini, in un suggestivo parallelismo tra il sangue e il latte, tra le piaghe del Figlio e il seno della Madre. Nello Speculum humanae salvationis, un trattato anonimo di argomento teologico del secolo XIV, si legge che «Cristo mostra al Padre le cicatrici delle ferite che sopportò, Maria mostra al Figlio i seni con i quali allattò» (cit. in op. cit., p. 22, n. 14). Tale parallelismo emerge nell’ancora più inconsueta Doppia intercessione dipinta del pittore toscano Lorenzo Monaco (Piero di Giovanni, 1370-1425), raffigurante da un lato Cristo che mostra le piaghe al Padre e di fronte Maria, con un gruppo di fedeli, che mostra i seni al Figlio. Nelle parole tracciate in caratteri gotici che Cristo rivolge al Padre si legge: «Padre mio sieno salvi chostoro pequali tu volesti chio patissi passione», mentre, a propria volta, Maria dice a lui: «Dolciximo figluolo pellacte che io ti die abbi mi[sericordi]a di chostoro». Il sacerdote e storico statunitense dell’arte Timothy Verdon vi legge «[…]una sorta di umanissimo “ricatto di famiglia” in cui i cristiani si rivolgono a Maria, sapendo che Cristo non può negare nulla a sua madre; Maria poi si rivolge al Figlio, “giocando la carta” della maternità nella certezza che il Padre concederà tutto ciò che il Figlio gli chiede; il Figlio infine non esita a far valere la sua obbedienza al Padre, per ottenere quel che la Madre desidera» (Il catechismo della carne, trad. it., Cantagalli, Siena 2009, p. 33).

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