Le chiese come spazi «polifunzionali». Perché il pranzo in San Petronio è solo la punta dell'iceberg

Le chiese come spazi «polifunzionali». Perché il pranzo in San Petronio è solo la punta dell'iceberg

«Pranzo in San Petronio, è solo la punta dell'iceberg» di Riccardo Cascioli (La Nuova BQ)

 

Mentre la polemica sul pranzo nella Basilica di San Petronio a Bologna tiene ancora banco, viene documentato un altro clamoroso caso di profanazione, questa volta in Spagna, nel contesto della battaglia politica per l’indipendenza della Catalogna da Madrid. Domenica nella chiesa di Vila-rodona, diocesi di Tarragona, gremita di fedeli, si è svolta una strana liturgia (il prete è vestito con i paramenti sacri) in cui preghiere e canti hanno accompagnato lo spoglio delle schede che avveniva proprio davanti all’altare. Video mostrano anche il grande applauso della folla all’ingresso dell’urna che conteneva le schede votate.

Scene francamente sconcertanti, ma quel che qui si vuole sottolineare è che ormai non si tratta più di episodiche trasgressioni compiute da sacerdoti o vescovi border-line, ma di una chiara linea di tendenza che investe la Chiesa intera e che, con il pretesto di avvicinare Dio all’uomo, abolisce il confine tra sacro e profano.

Non è un caso che sempre meno le chiese vengano rispettate come luogo sacro, inviolabile. Quella del pranzo in chiesa con i poveri è ormai una tradizione consolidata nelle città italiane dove è presente la Comunità di Sant’Egidio, vera artefice di questa iniziativa. Ma è diventata routine, in diversi luoghi, a cominciare da Napoli, l’occupazione delle chiese da parte dei disoccupati. E se qualche anno fa ancora qualche parroco chiamava le forze dell’ordine per liberare la chiesa, oggi si abbozza rassegnati quando non partecipi. Ora poi tocca agli immigrati: a Roma già il portico della Chiesa dei Santi Apostoli è da tempo trasformato in una tendopoli dove trovano provvisorio alloggio immigrati e senzacasa sgomberati da un palazzo poco lontano, ma quando all’inizio di settembre c’è stato il famoso sgombero con la forza di un palazzo nei pressi della stazione Termini, solo l’intervento degli agenti ha impedito che un gruppo di immigrati, con la regia dei centri sociali, facesse irruzione nella vicina chiesa di Santa Maria degli Angeli. E certamente non è finita qui.

Questa è soltanto la punta dell’iceberg, perché in realtà negli ultimi decenni si è assistito a una progressiva desacralizzazione delle chiese, che si trasformano via via in teatri, sale per conferenze, concerti e così via: sostanzialmente un luogo di aggregazione, una sala polivalente. Il grande antropologo Julien Ries, che fu fatto cardinale all’età di 92 anni da Benedetto XVI, nel 2012, spiegava che questo processo è figlio della teologia della secolarizzazione e della teologia della morte di Dio: «A forza di voler esprimere il messaggio di Cristo in un linguaggio secolare, si svuota questo messaggio di ogni dimensione verticale. Secolarizzazione diviene sinonimo di ideologia orizzontalista». Si afferma in pratica una «prassi di dissacrazione», di cui una delle conseguenze è il cambiamento della concezione stessa di chiesa: «Non più uno spazio sacro, ma uno spazio funzionale. Nella stessa ottica, alcuni sono scesi in campo per la soppressione di ogni segno di sacro cristiano: abiti liturgici e sacerdotali, statue di santi, decorazioni religiose di chiese e cappelle» (cfr. Julien Ries, L’uomo religioso e la sua esperienza del sacro, Jaca Book 2007).

Concetto analogo ha espresso più recentemente il cardinale Robert Sarah, nel suo libro La forza del silenzio (Cantagalli 2017): «Vi sono teologi che affermano che Cristo avrebbe messo fine, con l’Incarnazione, alla distinzione tra sacro e profano. Per altri, Dio si fa così vicino a noi che la categoria del sacro sarebbe sorpassata. Così alcuni, nella Chiesa, non giungono mai a distaccarsi da una pastorale tutta orizzontale, centrata sul sociale e la politica». «La questione è grave – dice il cardinale Sarah – perché ne va del nostro rapporto con Dio».

La chiesa, come spazio sacro, è il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio; questa dissacrazione, che prende a pretesto la necessità di avvicinare Dio agli uomini, in realtà impedisce che gli uomini incontrino Dio. Se è vero che «il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio» (Sant’Atanasio), andiamo in chiesa per poter vivere la dimensione di Dio, per elevarci a Lui. Certe manifestazioni riducono invece Dio alla nostra misura, invece di ascoltare Dio siamo costretti ad ascoltare le idee di altri uomini.

Significative al proposito le parole con cui l’arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Zuppi, ha respinto le critiche per il pranzo in San Petronio: «Quello che è successo non significa desacralizzare, anzi ci aiuta a capire ancora meglio e a sentire ancora più umana l’Eucarestia». Cioè, in chiesa c’è la presenza reale di Cristo, che possiamo adorare in silenzio e invece, per renderlo più umano lo togliamo dalla chiesa e organizziamo un pranzo con i poveri? Ad essere buoni, non è esattamente ciò che ci aspetteremmo di ascoltare dalla bocca di un vescovo.

Certe espressioni però non sono casuali: si sente sempre più spesso ripetere in modo esclusivo che è nei poveri la presenza di Cristo, quasi una trasposizione dall’Eucarestia ai poveri, dimenticando ciò che la Santa Madre Teresa di Calcutta ricordava sempre: soltanto l’Adorazione quotidiana e la preghiera permettono a Dio di mettere nel nostro cuore il Suo Amore che è poi possibile portare ai poveri. «Senza Dio siamo troppo poveri per aiutare i poveri», diceva.
Per questo abbiamo bisogno di difendere lo spazio sacro che sono le chiese. In questa prospettiva va compresa anche la nostra polemica per l’uso indebito della Basilica di San Petronio: non è in gioco la reputazione di una persona o di un movimento, ma la possibilità per noi e per ogni uomo di incontrare la Salvezza.

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