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NEWS 15 maggio 2019    di Giuliano Guzzo
Decenza in chiesa e in bus. Dall’Egitto a Parigi si discute

Sono giorni di rovente polemica, questi, al Cairo dove le parole di un sacerdote copto, padre Daoud Lamei – il quale, in una recente predica, si era dichiarato «rattristato» per l’«abbigliamento indecente» tenuto da alcune donne in chiesa – hanno infiammato gli animi. Questo perché il sacerdote, lo si ripete, si era semplicemente limitato a ricordare che chi entra nella casa del Signore con un «abbigliamento improprio» dovrà, prima o poi, «risponderne davanti a Dio». Ora, in tempi normali che un sacerdote richiami alla decenza in chiesa è quanto di più ordinario, perfino banale, possa esservi.

Purtroppo, però, dato che questi tempi normali non sono affatto, le parole del prete copto – come si diceva – hanno scatenato una polemica che ha visto la formazione di due opposti schieramenti, i favorevoli e i contrari; questi ultimi hanno letto nell’esortazione al pudore addirittura una «condanna alle donne». I fedeli egiziani d’accordo con padre Lamei però non sono mancati, anzi: in diversi hanno ringraziato il sacerdote per il suo monito dando ad esso eco. Come? Facendo circolare in rete appositi appelli in cui si invitano i cristiani a vestirsi in maniera più pudica e morigerata. E’ stato perfino coniano uno slogan: «Copritevi, perché noi possiamo pregare». Esagerazioni tutte cristiane? Non si direbbe.

Non occorre infatti guardare all’Egitto per trovare esortazioni all’abbigliamento decoroso ben più energiche e radicali di quelle condivise da padre Lamei durante l’omelia. Si pensi, ad esempio, a quanto accaduto non più tardi di una decina di giorni fa a Parigi, precisamente alla fermata Botzaris, vicino al parco delle Buttes Chaumont, quando un autista si è addirittura rifiutato di far salire sul bus due giovani – una delle quali era la figlia del poeta algerino Kamel Bencheikh – giustificando così il proprio gesto: «Pensate a vestirvi come si deve!».

Un episodio, quello parigino, che ha alimentato animate discussioni che hanno messo nel mirino l’azienda di trasporti pubblici, accusata di assumere autisti islamisti pur di difendere i mezzi dalle sassaiole. Il dato curioso, in questa vicenda francese, è che c’è chi ha preso indirettamente posizione a favore dell’autista islamico in questione. Come Agnes Cerighelli, femminista presidente di Réseau Féminin la quale ha twittato una critica neppure troppo velata alle «donne che indossano abiti provocanti nella metropolitana».

Parole che saranno probabilmente piaciute ad una giornalista nostrana, Daria Bignardi, che non più tardi di tre anni or sono, da direttrice di Rai3, si fece promotrice per le conduttrici del tiggì un «dress code» assai rigido, che escludeva tassativamente di sfoggiare tubini e tacco 12.

Ora, in linea generale si potrebbe pure arrivare, con un po’ di buona volontà, a cogliere un fondo di ragionevolezza nelle posizioni di tutti: in quelle dell’autista parigino, della Cerighelli e perfino in quelle della Bignardi; stupisce solo – in questo panorama caotico e paradossale che è il nostro presente – che si ritenga sempre più doveroso un abbigliamento adatto per tutta una serie di ragioni – dallo scoraggiamento di strane pulsioni maschili al rigore professionale – fuorché per andare in chiesa. In altre parole, qua e là serpeggia un revival moraleggiante, che si palesa talvolta come condivisione dell’importanza della decenza. Eppure, se ad affrontare l’argomento è un sacerdote, come ha fatto il coraggioso padre Lamei, guai: è subito polemica. Un vero e proprio paradosso contemporaneo, che vede incoraggiato il rispetto nei confronti di tutti: tranne che verso Dio.


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