giovedì 18 aprile 2019
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NEWS 30 giugno 2018    di Redazione
50 anni fa Paolo VI proclamava il Credo del popolo di Dio

Il 30 giugno 1968, esattamente 50 anni fa, papa Paolo VI a conclusione dell’Anno della Fede, da lui indetto in occasione del XIX centenario del martirio degli apostoli Pietro e Paolo, proclamava Il Credo del Popolo di Dio. La definì una «breve sintesi delle principali verità credute dalla Chiesa cattolica, sia latina che orientale». Qui possiamo sentire dalla sua voce la recita di quel Credo.

Il 30 ottobre 1968 nell’udienza generale il beato Paolo VI diede i motivi essenziali che lo spinsero a fare luce sul Credo.

FEDE E RAGIONE

Innanzitutto, diceva il Papa, perché «la fede è il primo nostro dovere; la fede è per noi questione di vita; la fede è il principio insostituibile del cristianesimo; è la fonte della carità; è il centro dell’unità; è la ragion d’essere fondamentale della nostra religione». Quindi esprimeva la difficoltà della fede in un mondo che ha oscurato le esigenze della ragione: «Se il pensiero non è più rispettato nelle sue intrinseche esigenze razionali, anche la fede – che, ricordiamolo bene, esige la ragione; la supera, ma la esige – ne soffre; la fede non è fideismo, cioè credenza priva di basi razionali; non è soltanto ricerca crepuscolare di qualche esperienza religiosa; è possesso di verità, è certezza».

NECESSARIA INTEGRITA’ DEI DOGMI

L’altra grande preoccupazione era per «gli errori del nostro tempo», come disse in piazza San Pietro. «Vi è poi chi cerca di adattare le dottrine della fede alla mentalità moderna, facendo spesso di questa mentalità, profana o spiritualista che sia, il metodo ed il metro del pensiero religioso: lo sforzo, ben degno per sé di lode e di comprensione, operato da questo sistema, di esprimere le verità della fede in termini accessibili al linguaggio e alla mentalità del nostro tempo, ha talora ceduto al desiderio d’un più facile successo, tacendo, temperando o alterando certi «dogmi difficili». Pericoloso, anche se doveroso, tentativo; e meritevole di favorevole accoglienza soltanto allorquando alla più accessibile presentazione della dottrina esso le conserva la sua sincera integrità; «Sia il vostro discorso, dice il Signore, si, si, no, no» (Matth. 5, 37; Jac. 5, 12), escludendo ogni ambiguità artificiosa».

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PROFEZIA DI HUMANAE VITAE SECONDO IL VESCOVO VITUS HOUNDER

Ieri, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, il vescovo della diocesi svizzera di Coira, monsignor Vitus Hounder, ha pubblicato un breve documento intitolato “Humanae vitae, un paradigma che rimarrà”. Ne pubblichiamo di seguito il passaggio riferito al significato profetico dell’enciclica.

«Paolo VI aveva espresso già 50 anni fa la preoccupazione che la “mentalità contraccettiva” avrebbe portato ad una destabilizzazione del matrimonio e della famiglia. La disgiunzione tra sessualità e procreazione avrebbe portato al fatto che l’uomo e la donna non si sarebbero più rispettati come persone, ma si sarebbero visti come oggetti per soddisfare i propri istinti. I governi sarebbero tentati di intromettersi nella libertà dei genitori. Tutte le previsioni del papa si sono avverate.

La promiscuità già presente nei giovani, ostacola il loro sviluppo personale. La destabilizzazione del matrimonio, e con esso della famiglia, è in forte aumento. Ciò conduce a sua volta alla paura di impegnarsi e all’incapacità di stabilire dei rapporti. La contraccezione non è in grado di combattere efficacemente l’aborto. Si aggiunge il fatto che il confine tra aborto e contraccezione non è più così netto. Alcuni contraccettivi hanno anche un effetto abortivo, in quanto impediscono l’annidamento dell’embrione nell’utero. Le nazioni benestanti hanno legato il proprio sostegno ai paesi in via di sviluppo, alla condizione che questi introducano l’obbligo alla contraccezione. La situazione demografica è ormai allarmante. Le popolazioni europee non sono più in grado di sostituire le generazioni; sono diventati popoli morenti. Già solo per sostituire le generazioni, ci vogliono un po’ più di due figli a famiglia. Il disgiungimento tra sessualità e fecondità non ha portato solo ad una sessualità senza procreazione, ma sempre più anche ad una procreazione senza sessualità. Anche questo è uno sviluppo estremamente problematico. Le nuove tecnologie di procreazione assistita utilizzano infatti innumerevoli embrioni. Distruggono la vita dei bambini nelle loro prime fasi di vita. Inoltre, questi metodi non sono neanche particolarmente efficaci. Oltretutto, oggi esistono dei trattamenti, sulla base di studi del ciclo perfezionati su coppie infeconde, che presentano un tasso di successo più elevato della fertilizzazione in vitro.

La contraccezione appartiene alla cultura della morte, di cui ha ripetutamente parlato Papa San Giovanni Paolo II. Molti non se ne rendono conto perché non sono state fatte loro presenti tali correlazioni. Si tratta oggi dunque, con rinnovato riferimento alla Lettera enciclica Humanae vitae, di mostrare come la Chiesa comprende l’ordine della creazione. Paolo VI era consapevole del fatto che questo insegnamento della Chiesa sarebbe stato rifiutato da molti. La Chiesa, però, non deve meravigliarsi di esser fatta segno di contraddizione (cfr. Lc 2,34), come i suoi fondatori. È la dignità dell’uomo che conta per la Chiesa: “Nel difendere la morale coniugale nella sua integralità, la chiesa sa di contribuire all’instaurazione di una civiltà veramente umana; essa impegna l’uomo a non abdicare alla propria responsabilità per rimettersi ai mezzi tecnici; difende con ciò stesso la dignità dei coniugi. Fedele all’insegnamento come all’esempio del Salvatore, essa si dimostra amica sincera e disinteressata degli uomini che vuole aiutare, fin dal loro itinerario terrestre, a partecipare come figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini” (Humanae vitae,18)».


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