martedì 02 giugno 2020
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NEWS 8 maggio 2020    di Giulia Tanel
A Dio, Birthe. A 92 anni, è morta la moglie del genetista Jérôme Lejeune

Mercoledì 6 maggio, all’età di 92 anni, è spirata Birthe Bringsted, moglie del genetista cattolico francese, oggi servo di Dio, Jérôme Lejeune, cui va il merito di aver scoperto la mutazione di ordine quantitativo (e non qualitativo!) propria delle persone affette da quella che si era soliti chiamare “sindrome di Down”, che presentano un quarantasettesimo cromosoma morfologicamente identico agli elementi del ventunesimo paio: di qui la proposta del nome “trisomia 21”.

Vedova dal giorno di Pasqua del 1994, Birthe era da tempo malata di cancro, ma nonostante questo non aveva mai smesso di portare avanti l’opera in difesa della verità sulla vita umana cominciata dal marito, innanzitutto ricoprendo il ruolo di vicepresidente della Fondazione Jérôme Lejeune, ma anche in qualità di membro della Pontificia Accademia per la Vita, di membro del Pontificio Consiglio per la Salute e di cavaliere della Legion d’onore.

Il presidente della Fondazione, in una nota di commiato, afferma che la signora Lejeune, «con l’autorità della sua esperienza e l’affetto del suo grande cuore, era un riferimento e un esempio per tutti. […] Ambasciatrice instancabile ed esigente per le tre missioni della “ricerca – cura – difesa” della Fondazione, ha svolto un ruolo decisivo nel prolungare l’impegno del professor Jérôme Lejeune al servizio delle persone colpite da ritardo mentale e, più in particolare, di quelli con Sindrome di Down, in Francia ma anche in molti paesi come Stati Uniti, Spagna, Italia, Argentina, Libano. […] La Fondazione le deve tutto».

E che Birthe fosse una donna tenace, pronta a spendersi senza riserve, lo testimonia anche il fatto che nel 2014, a 87 anni, si era esposta pubblicamente per difendere la reputazione e il lavoro del marito, accusato di essere «un opportunista e un usurpatore» e di aver oscurato il contributo di altri due ricercatori nella scoperta della trisomia 21. In quella occasione la vedova Lejeune era andata dritta all’essenziale, senza troppi giri di parole: «La verità scomoda è che lui è stato un segno di contraddizione. Davanti alla menzogna che uccide, lui ha avuto il merito di non farsi mettere a tacere».

UN INNO ALL’AMORE

Guardata dall’esterno, la storia dei coniugi Lejeune appare un inno all’amore: all’amore per la vita, a dispetto di qualsivoglia valutazione qualitativa («A man is a man», era infatti solito affermare Jérôme), che lo portò a giocarsi il Nobel pur di condannare l’aborto e che spinse papa Giovanni Paolo II a nominarlo primo presidente della Pontificia accademia per la vita; all’amore per la famiglia, come testimonia anche il fatto che il loro epistolario è fra i documenti della causa di beatificazione del genetista; all’amore per la scienza, intesa come strumento per conoscere meglio la meraviglia del creato… e dunque l’onnipotenza del Creatore; e, soprattutto, all’amore per Dio, principio e fine cui conformare ogni pensiero e azione, senza scendere in alcun caso a compromessi con le logiche del mondo, bensì facendosi guidare dalla frase di Gesù: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me» (Mt 25,45).

Commuovono profondamente dunque, ma in fondo non stupiscono in quanto pienamente aderenti alla realtà, le parole della poesia pronunciata da Cecilia, una piccola paziente con trisomia 21, in occasione del funerale di Jérôme, svoltosi nella cattedrale di Nôtre-Dame di Parigi: «Mio Dio, per favore / veglia sul “mio amico”; / per la mia famiglia io sono brutta assai, / lui mi trova persino carina, / perché sa com’è fatto il mio cuore». Parole che potrebbero benissimo essere ripetute identiche oggi, a 26 anni di distanza, per Birthe. 

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