venerdì 19 gennaio 2018
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NEWS 20 giugno 2017    
Allarme denatalità  Istat. Ma perchè non ricordano che tutto comincià con divorzio e aborto?

dal blog di Giuliano Guzzo

 

La cosa simpatica, ogni volta che l’Istat aggiorna e diffonde i propri dati sull’andamento demografico, sono le reazioni. Fateci caso: tutti preoccupati, tutti in pensiero, almeno apparentemente. L’amara verità, invece, è che purtroppo della denatalità alla gran parte degli italiani, cattolici inclusi, non frega poi molto. Diversamente – potete scommetterci – i nostri cari parlamentari si attiverebbero per affrontare un problema che, sempre sia ancora risolvibile, richiede decenni per essere risolto per il semplice fatto che ha impiegato decenni a manifestarsi. Infatti, se siamo al punto in cui siamo – la popolazione la popolazione residente italiana cala di 96mila e 976 unità, quella straniera aumenta di 20.875 unità: cioè all’invasione agevolata dallo spopolamento – una ragione c’è, e si chiama precariato affettivo, che si esprime in due equazioni micidiali: meno matrimoni celebrati uguale meno figli, più divorzi, quindi più instabilità coniugale, uguale minore tendenza a fare figli. Può piacere o no, ma le cose stanno esattamente così.

Infatti è dai 418.944 matrimoni del 1972 che la curva delle nozze – guarda caso proprio nel periodo in cui il divorzio, la prima di tante “conquiste civili”, che oggi quasi più nessuno avversa, faceva la propria comparsa – ha iniziato una picchiata verticale, avviando l’inverno demografico che già nel 1977 – quarant’anni fa – vedeva l’Italia sotto il tasso di sostituzione (2.1 figli per donna). Negli anni Ottanta, quando economicamente si stava benissimo rispetto a oggi, la tendenza del figlio unico si è radicata e nel 1993 i morti hanno superato i figli. Questo è. Se seguitiamo a ignorarlo, facendo finta non vi sia un legame tra calo dei matrimoni e calo dei nati e credendo la denatalità un problema di asili nido (questione pur seria, intendiamoci), siamo spacciati. Se invece confidiamo negli stranieri, le cui donne sono sotto il tasso di sostituzione da anni, siamo ingenui. Se, infine, riteniamo che la riduzione della popolazione sia cosa buona, senza considerare che non torneremo a un’Italia di quaranta o cinquanta milioni di persone, ma saremo un’Italia di quaranta o cinquanta milioni di persone con un gran numero di anziani, siamo sprovveduti. In ogni caso, c’è poco da stare allegri.

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