mercoledì 26 febbraio 2020
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NEWS 26 aprile 2019    di Giulia Tanel
Anche per il Consiglio di stato Vincent deve morire

Vincent Lambert deve morire di fame e di sete: questo il verdetto reso noto il 24 aprile dal Consiglio di Stato francese, che è andato a confermare la sentenza dello scorso gennaio del tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne, presa sulla base di una decisione medica avanzata dall’ospedale Chu Sébastopol di Reims oramai un anno fa. Una sentenza piuttosto “creativa”, se si considera che i giudici hanno affermato che continuare ad assistere Lambert altro non è che una «ostinazione irragionevole» nonostante la perizia medica ordinata da loro stessi fosse arrivata a concludere che continuare a nutrire il paziente non si configurava come un «trattamento irragionevole od ostinazione irragionevole». E anche al di là di ogni evidenza, che dimostra che Lambert non ha alcuna intenzione di morire, tanto che nel 2013 è sopravvissuto al primo tentato omicidio, che lo ha visto digiuno e con l’idratazione ridotta al minimo per ben un mese.

L’accanimento giudiziario contro Lambert dunque continua contro ogni oggettività, nonché a dispetto della volontà delle persone a lui vicine, ossia i suoi genitori e i suoi fratelli (all’opposto della moglie e di un nipote, che invece lo vorrebbero uccidere). È la storia che si ripete, ormai da qualche anno e con sempre maggiore frequenza. Eppure Lambert, che non sappiamo se riuscirà a festeggiare i 43 anni, non è un malato terminale: è semplicemente un uomo in stato di “minima coscienza” o “persistente stato vegetativo”, come lo erano Terri Schiavo ed Eluana Englaro, che non comunica ed è paralizzato, ma che non è attaccato a nessuna macchina e ha semplicemente bisogno di essere idratato e nutrito. E dare da mangiare e da bere a una persona non sono una terapia, è bene ricordarlo.

Per questo è errato sostenere che Lambert versa in una condizione di accanimento terapeutico; semmai, invece, l’uomo vive uno stato di abbandono terapeutico: recluso in camera da quattro anni, allettato in maniera permanente, con le visite ridotte al minimo, senza un progetto rieducativo assistenziale, senza una mirata rieducazione alla deglutizione… Lambert più che “incarcerato” nel suo corpo, come sostengono alcuni, è incarcerato dentro una stanza dell’ospedale Chu Sébastopol di Reims, senza possibilità di uscire ed essere trasferito in un centro specializzato nella cura di persone nelle sue condizioni: esattamente come è successo al piccolo Alfie Evans, del quale ricorrerà il 28 aprile il primo anniversario di morte.

Di fronte alla cultura di morte che avanza, occorre continuare a sostenere il valore di ogni vita e mostrare al mondo la verità dei fatti, come hanno per esempio fatto i 70 medici e paramedici francesi con varie specializzazioni che nell’aprile 2018 avevano firmato una lettera chiarificatoria su un giornale nazionale francese rispetto a diversi punti del caso in oggetto. Ognuno di noi potrebbe essere Vincent Lambert, perché – come ricorda Leone Grotti su Tempi – nella sola Francia ci sono centinaia di persone come lui, e chissà quante altre in Italia.

Ad ogni modo, la sentenza del Consiglio di Stato non è definitiva. Si apprende infatti che gli avvocati dei genitori di Lambert hanno annunciato il deposito di due ricorsi che ne sospendono la decisione: uno alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e uno al Comitato internazionale delle Nazioni Unite per la protezione dei diritti delle persone con disabilità. Accanto a queste mosse legali, il fronte di chi si sta da mesi mobilitando per la salvezza di Lambert non cede di un passo e, anzi, cresce di numero, come dimostra per esempio il fatto che la petizione del comitato “Je Soutien Vincent” ha superato le 110.000 firme. La morte non ha dunque ancora vinto, il duello rimane aperto, e la speranza è che gli uomini tornino a lasciare a Dio la scrittura di un giudizio che solo a Lui spetta, come affermato anche da Papa Francesco un anno fa.


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