mercoledì 13 novembre 2019
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NEWS 7 febbraio 2019    di Giuliano Guzzo
C’è un killer che si aggira negli Usa. È la dipendenza da oppioidi

Non se ne parla spesso ma, almeno negli Stati Uniti, è un fenomeno che ha ormai raggiunto dimensioni preoccupanti. Stiamo parlando del boom degli oppioidi, farmaci essenziali per il trattamento del dolore, cronico e acuto, moderato-severo sia di origine neoplastica sia da altre cause, quale per esempio il dolore post operatorio, che però una volta prescritti dai medici, purtroppo, tendono a procurare dipendenza. Con effetti che si rivelano sempre più letali. Basti pensare che, secondo alcune stime, il dilagare del consumo dei cosiddetti «painkiller», i killer del dolore – così vengono chiamati gli antidolorifici e gli oppiacei sovente assunti contemporaneamente – sarebbe corresponsabile di decine di migliaia di morti l’anno. C’è addirittura chi parla di 50.000 vittime. Che nel 2017 sarebbero salite perfino a 72.000. Per capirci, più di tutti i soldati americani caduti nella guerra del Vietnam.

Va detto che non si tratta di una realtà soltanto statunitense (solo nel 2012 l’abuso di «painkiller», in Inghilterra, è costato 807 morti), ma che però trova negli Usa un terreno particolarmente fertile. Spulciando le statistiche, si può vedere come le prime vittime degli oppioidi siano donne, di solito di età compresa tra i 45 ed i 64 anni di età. Ma non mancano casi di vittime più giovani. D’accordo, ma come mai tutto questo? Quali sono le cause di questo fenomeno, in generale così sottovalutato eppure così mortifero? Come già accennato, buona parte del problema risiede nella dipendenza che i farmaci in parola danno a coloro che li assumono. Con il risultato che, una volta che la ricetta scade, gli ex pazienti divenuti dipendenti si rivolgono al mercato nero, dove s’imbattono in un’alternativa che costa assai meno, talvolta pure un decimo, ma a dir poco letale: l’eroina.

Non va neppure trascurato, per una piena comprensione di questa realtà, il fenomeno della depressione, da intendersi in senso lato e non clinico. Infatti, considerando persone di età superiore ai 65 considerate «depresse», su sette di esse ben sei alla fine, tali in realtà non sono, ma tali sono ritenute in ragione di una diagnosi sbagliata. Che però diventa un motivo sufficiente per ricorrere a dosaggi rilevanti di antidepressivi, con i risultati che si sono poc’anzi tratteggiati. Ne consegue come, alla fine, l’epidemia degli oppioidi possa essere intesa anche in ottica antropologica oltre che chimica, e cioè come epifania della crisi di una società profondamente a disagio in quella vita contemporanea che ha iniziato a realizzare. Tanto è vero che c’è chi commenta come tutto dimostri come gli americani da un lato abbiano creato la modernità ed ora, dall’altro, si servano dei «painkiller» per fuggire da essa..

Ad ogni modo, è importante evidenziare come la Chiesa, confermando la sua proverbiale attenzione alle dinamiche sociali, sia a conoscenza del problema. Lo dimostrano per esempio le parole di mons. Frank JDewane, vescovo di Venice che giusto pochi mesi fa esortava il Congresso Usa a prendersi a cuore la questione della dipendenza da «painkiller», e un comunicato dei vescovi dei cattolici del Massachusetts i quali già tre anni or sono, dunque con qualche anticipo rispetto allo scenario attuale,  ribadivano il loro impegno accanto «a operatori sanitari, forze dell’ordine, primi soccorritori, funzionari eletti e innumerevoli altri interessati da questa epidemia» auspicando la formulazione di «un programma globale per affrontare questa crisi crescente». Un programma che a tutt’oggi purtroppo manca, come dimostra il fatto che della pericolosità dei «painkiller» i più, oggi, non siano neppure a conoscenza.

 


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