venerdì 03 luglio 2020
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NEWS 25 giugno 2020    di Giuliano Guzzo
C’è chi vorrebbe abbattere le statue di Gesù e chi tira su quelle a Lenin

Statue a rischio e qualche imbarazzante statua nuova. Si potrebbe commentare così, con una battuta amara benché realistica, questa strana estate del 2020, che si sta anzitutto aprendo all’insegna del disprezzo per monumenti tacciati di razzismo, accusa, quest’ultima, che ormai può toccare a chiunque. Santi inclusi, come purtroppo dimostra l’abbattimento, nei giorni scorsi a San Francisco, di una statua di san Junípero Serra, il francescano evangelizzatore della California. Un caso? Niente affatto.

Sì, perché ora i sedicenti antirazzisti di Black Lives Matter – il movimento internazionale sedicente antirazzista nato nel 2013 e tornato in auge dopo la morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio scorso a Minneapolis – sembra proprio abbiano preso di mira i simboli cristiani. Lo prova l’imbarazzante uscita di Shaun King, attivista per i diritti civili il quale, rivolgendosi proprio ai simpatizzanti di Black Lives Matter, ha chiesto una mobilitazione per distruggere le statue di Gesù Cristo, ritenute «una forma di supremazia bianca» esercitata su un personaggio che bianco non era.

Farneticazioni, evidentemente, che però non sono purtroppo isolate. Infatti è di queste ore anche un’altra notizia spiazzante: quella di una petizione per togliere dalla medaglia dell’Ordine britannico l’immagine di san Michele. Il motivo? L’immagine ritrae il santo che mette un piede sul collo di Satana, con quest’ultimo che – per posa e tonalità cromatiche con cui è raffigurato – ricorderebbe troppo da vicino George Floyd, sempre lui. Giorno dopo giorno il sedicente sentimento antirazzista sta insomma davvero degenerando dal piano politico a quello psichiatrico.

Ma questa – lo diceva all’inizio – è una estate strana e bizzarra nella quale, accanto a vari monumenti a rischio, ve ne sono anche di freschi di inaugurazione e imbarazzanti. Per esempio, la nuova statua che sabato scorso nella cittadina tedesca di Gelsenkirchen – un centro di 260.000 abitanti non distante da Dortmund – è stata innalzata a celebrare Vladimir Il’ič Ul’janov, più noto come Lenin, il fondatore della più micidiale incarnazione del marxismo nonché il primo capo della Russia sovietica post rivoluzione d’ottobre.

L’idea di questa bizzarra statua – la prima ad essere dedicata al leader comunista in quella che un tempo era la Repubblica Federale Tedesca – è venuta, ça va sans dire, al Partito comunista tedesco. Il tutto, si badi, senza che nessun militante di Black Lives Matter abbia al momento avuto, neppure su Twitter, alcunché da ridire. Il che nella migliore delle ipotesi appare davvero curioso.

Già, perché se da un lato di san Junípero Serra, Gesù Cristo e san Michele non si conosce neppure una vittima – ma si conoscono, al contrario, innumerevoli salvati e graziati -, dall’altro il discorso è assai diverso per Lenin. Basti a questo proposito ricordare come il politologo Rudolph Rummel, cattedratico a Yale, in un suo libro di qualche anno fa (Death by Government, 1994), ascrivesse proprio a Lenin la responsabilità diretta per l’infausta sorte toccata ad oltre 4 milioni di persone, 4.017.000 per la precisione.

Naturalmente le stime di Rummel possono essere discusse; è tuttavia certo che il primo leader sovietico tutto sia stato fuorché un filantropo. Eppure, il partito comunista tedesco ha potuto innalzare un monumento alla sua memoria, dopo che un tribunale locale ha recentemente bocciato il ricorso del Comune, secondo cui il leader bolscevico  è «sinonimo di violenza, oppressione e terrore».

Ne consegue come la cronaca estiva ci consegni uno scenario paradossale tale per cui, da un lato, il macellaio sovietico viene considerato un eroe politico da celebrare con appositi monumenti e, dall’altro, come «sinonimo di violenza, oppressione e terrore» vengono ritenuti i santi, se non Gesù Cristo stesso. Un rovesciamento della realtà vergognoso, che purtroppo, in questa estate ancora alle porte, non si può neppure imputare al caldo.


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