giovedì 22 agosto 2019
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NEWS 30 luglio 2019    di Raffaella Frullone
«Se Charlie non fosse vissuto, Davide non sarebbe mai nato»

A due anni dall’omicidio di Charlie Gard, a pochi giorni da quello che avrebbe dovuto essere il suo terzo compleanno (il 4 agosto), in molti sui social, e non solo, ricordano lo shock di quel primo, incredibile caso di un bambino condannato a morte dal sistema sanitario inglese perché la sua vita era considerata «non dignitosa». In molti ricordano lo sgomento di quel primo video in cui i genitori, Connie e Chris, spiegavano che gli era impedito di portare il loro bambino al di fuori dal Great Ormond Street Hospital, eccellenza della capitale britannica, perché i dottori consideravano che il «miglior interesse» per Charlie fosse morire.

«Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito direttamente coinvolto in quello che all’inizio era semplicemente un caso di cronaca», spiega Giuseppe, quarantenne romano, impiegato, marito di Elena e allora papà di Chiara (4 anni) e Paolo (un anno e mezzo). «Non sono una persona che spontaneamente partecipa a campagne, raccolte di firme o fondi, non avevo nemmeno un profilo social, ma quando mia moglie mi ha mostrato il video di Connie e Chris per noi è stato un punto di non ritorno. Venivamo da un periodo particolare: la gravidanza del nostro secondogenito era stata molto difficile e c’era stata la concreta possibilità che il piccolo nascesse affetto da qualche forma di disabilità, anche grave. Non era certo in discussione la sua vita, lo avremmo naturalmente accolto comunque, ma quando è nato sano il sollievo è stato tale che è come se avessimo la sensazione che ci fosse stata risparmiata una grande croce. L’ultima cosa a cui pensavamo, quindi, era di imbarcarci in una nuova gravidanza con tutti i rischi che comportava. Inoltre c’erano le fatiche della quotidianità: le notti insonni, mia moglie che era appena tornata al lavoro, il mutuo da pagare, la scuola dei bimbi, non avevamo aiuti. Insomma, tutte queste cose insieme ci avevano fatto dire no all’apertura alla vita, sebbene questo ci facesse soffrire».

E poi, cosa è accaduto? «Charlie è stato per noi un punto di verità. È come se avessimo potuto vedere con i nostri occhi quello che sarebbe potuto accadere a Paolo. Charlie ci ha fatto capire concretamente la grandezza della dignità del bambino malato, la sacralità della vita nelle sue forme più fragili, la luminosità dell’abbandono totale. Di fronte a questi due genitori impotenti ci siamo scoperti profondamente scossi e ugualmente coinvolti, la nostra relazione si è cementata e abbiamo ricominciato a pregare con fervore, come facevamo durante la gravidanza a rischio. La vita di Charlie aveva direttamente a che fare con la nostra vita».

Fino ad arrivare a pensare di scrivere pubblicamente al Papa? «Sì, una sera, quando tutto sembrava ormai perduto e i giudici avevano ormai deciso la morte di Charlie, mia moglie sedeva sul letto ed io di fronte alle sue lacrime dissi: “Scriviamo al Santo Padre!”. Mentre lo dicevo mi sembrava una follia, ma subito Elena ha chiamato la nostra amica Gemma: conoscevamo il suo cuore generoso e sapevamo che avrebbe saputo dare le parole giuste al nostro smarrimento».

Ma gli sforzi fatti, anche in Italia, da parte di tanti non sono serviti. Charlie è stato ucciso. «Già. Il dolore è stato atroce, per mia moglie direi viscerale, pensava di impazzire. Poi un giorno Elena mi ha detto che sentiva dentro distintamente che dovevamo fare qualcosa e che  l’unico modo per rispondere a questa diabolica cultura della morte, l’unica via, era aprirsi alla vita. È stato commovente per me riconoscere che io avevo dentro la stessa cosa. Poco dopo è stato concepito Davide. Se Charlie non fosse vissuto il nostro terzogenito probabilmente non sarebbe nato».
Oh, morte, dov’è la tua vittoria?


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