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NEWS 17 agosto 2018    di Ermes Dovico
Clero e abusi, serve chiarezza

Dopo il caso del clero cileno e la vicenda dell’ormai ex cardinale statunitense Theodore McCarrick, travolto da uno scandalo a sfondo omosessuale con abusi su minori e seminaristi, la triste questione delle violenze sessuali perpetrate da membri del clero continua ad agitare la Chiesa. Martedì 14 agosto il Gran giurì (organo composto da cittadini scelti a sorte e chiamato a stabilire se esistano prove sufficienti per avviare un dato processo penale) della Pennsylvania ha pubblicato un voluminoso rapporto, presentato nel corso di una conferenza stampa dal procuratore generale Josh Shapiro, un democratico, e che si basa in larga parte su documenti messi a disposizione dalle stesse diocesi.

Il rapporto riguarda in particolare sei diocesi dello Stato americano (Allentown, Erie, Greensburg, Harrisburg, Pittsburgh e Scranton) e copre un periodo di una settantina d’anni, a partire dal 1947. Contiene i profili di 301 sacerdoti, molti dei quali già morti, accusati in vario modo di abusi su un numero complessivo di oltre mille vittime. Prende in considerazione solo le accuse di abusi sui minori, obiettivo specifico dell’indagine, come scritto dai membri del Gran giurì: «Noi non includiamo documenti riguardanti il sesso tra preti e adulti, l’abuso di stupefacenti o illeciti finanziari, a meno che essi non siano direttamente correlati all’abuso dei bambini». In attesa del necessario accertamento dei fatti, il report evidenzia inoltre che «stiamo mettendo in stato di accusa due sacerdoti, in due differenti diocesi, con reati che ricadono all’interno della normativa sulle prescrizioni».

La maggior parte dei casi si riferisce a situazioni precedenti al 2000, sempre sulla base della documentazione ricevuta dalle diocesi. I membri del Gran giurì riferiscono di aver ricevuto risposte scritte da cinque vescovi su sei e di aver ascoltato personalmente il vescovo di Erie, Lawrence Persico, apprezzandolo; riconoscono che «molto è cambiato negli ultimi quindici anni», durante i quali – ricordiamo – la Chiesa si è dotata di norme più severe contro gli abusi sui minori, grazie agli sforzi di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Allo stesso tempo il rapporto afferma che «l’intero quadro non è ancora chiaro. Sappiamo che l’abuso sui bambini nella chiesa non è ancora scomparso» e aggiunge: «Nonostante alcune riforme istituzionali, i singoli leader della chiesa si sono ampiamente sottratti a rispondere pubblicamente delle loro responsabilità». Vengono denunciate quindi le coperture e le promozioni di ecclesiastici che non hanno fatto nulla per frenare gli abusi o sono stati carenti.

Riguardo al tipo di abusi emergono particolari da far venire il voltastomaco, che parlano di un’innocenza violata accanto a blasfemie, atti sacrileghi, offese a Gesù e Maria, a conferma che tutti gli scandali – specie quelli che hanno per vittime i più piccoli – nascono da una perdita della fede e sono di natura diabolica. Tra gli abusati ci sono ragazze ma «la maggior parte delle vittime», riferisce il Gran giurì, sono ragazzi. «Alcuni erano adolescenti; molti in età prepuberale. Alcuni erano stati manipolati con alcol e pornografia». Il rapporto, nella sua drammaticità, conferma in sostanza quanto era già stato trovato dagli studi del John Jay College, secondo cui circa l’80% degli abusi sono di natura omosessuale. Posto che la Chiesa deve lavorare con il fine di eliminare ogni abuso, perché anche uno solo è troppo, se si applicasse estesamente la saggia disciplina contenuta nell’istruzione del 2005 della Congregazione per l’educazione cattolica circa i «Criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri», si risolverebbe gran parte del problema.

Recita quell’istruzione: «… la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne. Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall’Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate. Qualora, invece, si trattasse di tendenze omosessuali che fossero solo l’espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un’adolescenza non ancora compiuta, esse devono comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima dell’Ordinazione diaconale». Indicazioni, queste, ribadite in un’istruzione del 2016 della Congregazione per il clero (p. 83-84) e dalle recenti parole di papa Francesco in un incontro a maggio con la Cei: «Se avete anche il minimo dubbio è meglio non farli entrare».

Accanto alla necessità di mettere in pratica questa saggezza nel discernimento delle vocazioni, che rappresenterebbe un duro colpo per la lobby gay radicatasi nella Chiesa, ci sono altre questioni collegate, all’interno di un quadro più ampio. Ne ha parlato in un editoriale il direttore di First Things, Russell Ronald Reno, ricordando alcuni fallimenti dell’episcopato americano (che pure «include molti buoni uomini», ma finora incapaci di sradicare la corruzione nel mezzo), cioè: la carenza di fedeltà teologica nelle università cattoliche; la scarsa applicazione delle riforme liturgiche incoraggiate da Benedetto XVI; il declino del sistema di scuole cattoliche e l’affidarsi a persone che rigettano l’insegnamento della Chiesa su molte questioni morali. Problemi comuni a tutti gli episcopati, dove più dove meno, che richiedono interventi chiari e decisi.


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