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NEWS 12 gennaio 2015    
Come Keplero cercà di scrivere lo spartito della musica di Dio. E scopra le orbite dei pianeti

di Francesco Agnoli

 

Siamo nel 1606 e l’editore Wolfgang Richter, di Francoforte, dà alle stampe un opuscolo, in latino, di una quarantina di pagine, intitolato "De Jesu Christi servatoris nostri vero anno natalitio". L’autore di questo testo – tutto teso a ridatare il vero anno di nascita di Cristo, sulla base dell’ apparizione della stella di cui parlano i Vangeli, e che spinse i magi a mettersi in cammino-, è un tedesco che ha studiato presso il seminario inferiore di Adelberg e poi presso quello superiore di Maulbronn. Finiti questi studi, ha poi frequentato per quattro anni e mezzo un monastero di Tubinga per divenire teologo.

La sua formazione è, per l’idea che si ha oggi di fisica e di astronomia, del tutto lontana dalla scienza. Eppure non è affatto così. Non solo perché a quei tempi ogni seminario religioso prevede l’insegnamento della matematica, della geometria e dell’astronomia, ma anche perché quell’uomo, come i primi osservatori del cielo, un po’ come i magi dell’Oriente, ha una visione sacrale del cosmo. Sì, per lui l’universo non coincide con Dio, né gli astri decidono le sorti del mondo; non pratica l’astrologia dei Magi, né crede nell’oroscopo, perché, come ha notato recentemente il celebre astrofisico italiano, Marco Bersanelli, citando san Gregorio Nazianeno, nel momento in cui i Magi si prostrarono davanti a Gesù, sarebbe giunta la fine dell’astrologia: da quel momento le stelle non sarebbero più state, secondo una concezione pagana, “dei visibili”, ma avrebbero girato nell’orbita stabilita dal Creatore (Avvenire del 24/12/’14).

Eppure egli crede nella possibilità di segni celesti e soprattutto vede nell’armonia del cosmo la firma di Dio. Scruta i cieli, li osserva, li ammira, li vuole comprendere, proprio perché in essi cerca la musica di Dio. Quest’uomo, che ha la stessa cultura ecclesiastica e teologica del suo illustre predecessore, il canonico Niccolò Copernico, si chiama Giovanni Keplero, ed è colui che svelerà al mondo le leggi dei pianeti.

Anna Maria Lombardi, in “Keplero. Una biografia scientifica” (Torino, 2008), nota che è proprio una “indistruttibile fiducia nella possibilità di rintracciare nel creato l’impronta di un Dio geometra e musico a fare di Keplero un pioniere dell’astrofisica”. Sì, perché l’armonia dell’universo, la sua regolarità, le sue leggi sono per lui le tracce di un Creatore intelligente, che ha disposto “ogni cosa secondo numero, peso e misura” (Sap. 11, 21). Ciò che bisogna fare, per Keplero, è capire in quale modo questa armonia si esprima, senza deciderlo,  intellettualisticamente, come tanti in passato, a priori. Di qui la sua scoperta dell’orbita ellittica, e non circolare-perfetta, dei pianeti, che non piacerà né agli aristotelici né, stranamente, a Galilei.

Di quale cultura è figlio, l’uomo che scopre le leggi dei pianeti, che si affascina dinnanzi alla simmetria dei cristalli di neve, all’architettura degli alveari, alla disposizione dei semi all’interno delle melagrane, e vuole sapere precisamente la data di nascita del “Salvatore nostro”?

Keplero ama Pitagora e Platone: il loro nome ricorre spesso nei suoi scritti infarciti di digressioni, di preghiere, di poesie, che li rendono ben diversi da ciò che molti oggi ritengono sia la scientificità. Questi grandi pensatori greci hanno inteso per primi l’esistenza di un ordine, di un cosmo, di un regno dell’invisibile come struttura del visibile, e Keplero, che ripudia gli atomisti ed Epicuro, è loro grato. Egli è figlio anche del Dio biblico, di un Dio personale, che è Creatore e “Musico supremo” e che ha costruito cieli, belli e mortali, “che narrano la gloria di Dio”; è figlio della teologia che ha cerca Dio a partire dal creato, e di sant’Agostino, del suo proclamare un legame profondo tra fede, per capire, e intelligenza, per credere. Agostino aveva anche inaugurato quell’immagine, destinata a grande fortuna, secondo cui la Natura è uno dei due libri scritti da Dio. A tal proposito Keplero scrive: “Gli astronomi, relativamente al Libro della Natura, sono i sacerdoti di Dio”, e sostiene, prendendo posizione esplicita contro Giordano Bruno, che l’Universo, finito nel tempo e nello spazio, è finalizzato all’uomo.

La passione per l’astronomia di Keplero, ricorda la Lombardi, è anche “figlia di una esigenza concreta” di quei tempi: “la crescente necessità di realizzare un calendario preciso, che porterà in molti paesi europei, a partire dal 1582, all’introduzione del calendario gregoriano al posto di quello giuliano”. Calendario realizzato per volere di papa Gregorio XIII, anche al fine di determinare con precisione la Pasqua e le feste religiose, e per il quale vengono consultati astronomi e matematici di grande valore, Copernico compreso. Tensione mistica e concretezza sperimentale: qui affonda tutta la storia degli osservatori astronomici, quelli costruiti nelle cattedrali cattoliche, per molti secoli (J.Heilbron, "Il Sole nella Chiesa. Le grandi chiese come osservatori astronomici", Bologna, 2005), e i primi osservatori “organizzati con criteri professionali”. Quelli edificati in Italia, a metà del Settecento, da tre sacerdoti: il Beccaria, a Torino, il Boscovich, a Milano, il Piazzi, scopritore del I pianetino, a Palermo. (Piero Bianucci, "Storia sentimentale dell’astronomia", Milano, 2012). 

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