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NEWS 27 maggio 2016    
Corte d’Appello di Manhattan, i medici non hanno il diritto di aiutare i malati a morire
I malati terminali hanno il diritto di rifiutare le cure mediche, ma i medici non hanno il diritto di aiutarli a morire. Questa è stata la recente decisione della Corte d’Appello di Manhattan, che ha confermato la sentenza della Corte Suprema di New York. Le leggi statali che vietano il suicidio assistito, hanno asserito i giudici, non sono una violazione dei diritti civili.

Certamente la decisione verrà impugnata e il dibattito andrà avanti, tuttavia la sentenza è utile per ribadire una delle argomentazioni in opposizione ai sostenitori del suicidio assistito: anche ammettendo che l’essere umano possa disporre liberamente della sua vita (una falsità, come ha spiegato Ste­lio Mangiameli, docente di Dirit­to costituzionale all’Università di Teramo), egli non ha tuttavia il diritto di chiedere allo Stato e ad altri esseri umani (i medici) di essere complice e complici di un omicidio verso se stessi. E’ un argomento che richiama quello contro l’interruzione di gravidanza: la donna ha certamente diritti sul proprio corpo, ma non sul corpo e sulla vita del bambino che porta in grembo.

Questo non significa ignorare la sofferenza dei malati in fase terminale, proprio la Chiesa cattolica infatti indica come moralmente lecita l’interruzione delle terapie quando si reputano sproporzionate rispetto ai risultati attesi, evitando quindi l’accanimento terapeutico. Questo non equivale a procurare la morte, ma accettare di non poterla impedire, rinunciando ad interventi medici che non gioverebbero affatto alla salute del paziente. La sentenza americana è anche utile per ricordare che la cooperazione dei medici al suicidio di un paziente non è configurabile come mera “assistenza medica”, ma essi con il loro intervento sono concause della morte. Anche per questo motivo tutte le principali associazioni mediche internazionali sono contrarie alla legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Bisogna anche ricordare l’errore di chi sostiene queste pratiche come una sorta di “male minore” rispetto ad un suicidio violento, «è senza dubbio una manovra seduttiva» ha commentato Alexander Schimpf, filosofo presso l’Università San Tommaso di Houston. Spesso si fa riferimento al suicida Mario Monicelli che si è dovuto gettare da una finestra, morendo violentemente, mentre avrebbe potuto suicidarsi “dignitosamente” in una stanza di ospedale, se la legge lo avesse permesso. E’ lo stesso argomento che venne utilizzato per legalizzare l’aborto, presentandolo come “male minore” rispetto a quello clandestino. Il problema concettuale di fondo è che lo Stato deve legiferare per evitare il “male” (e che il suicidio sia un male lo riconosce l’OMS quando cerca di prevenirlo), non per renderlo “minore”. Tutti sono d’accordo che una rapina senza morti e feriti è un “male minore” rispetto ad un furto in cui muoiono il rapinato o il rapinatore, ma nessuno si sognerebbe di legalizzare le rapine per evitare la violenza. Allo stesso modo, lo Stato non si preoccupa di fornire ai drogati dell’eroina certificata, siringhe sterilizzate e luoghi sicuri dove potersi bucare, ma si batte semmai per combattere il traffico di sostanze illecite e finanzia centri medici per togliere a queste persone il male della dipendenza.

Senza contare inoltre, che un suicidio legalizzato e pubblico, quindi approvato dallo Stato, non è affatto un “male minore” rispetto al sucidio violento e isolato. Da una parte, una legge del genere crea una indebita pressione morale e ricattatoria sugli stessi malati, convincendoli di essere un peso sociale e indicando loro una strada facile e legale per “togliersi di mezzo” e alleggerire la vita di amici e familiari. Dall’altra, come è stato verificato, il suicidio assistito porta ad un contagio sociale (“suicide contagion effect è stato definito sul Canadian Medical Association Journal). Nei Paesi in cui è legalizzato è stato dimostrato che la legge sul suicidio non è per nulla una forma di prevenzione al suicidio nella popolazione, ma aumenta il tasso globale di suicidio.

Senza contare che tale legge apre inevitabilmente le porte all’eutanasia, cioè la morte causata direttamente dal medico, ed essa, come si sta verificando nei Paesi Bassi, porta all’eutanasia senza consenso dei pazienti. «Il suicidio non è un male “solitario”», ha commentato il prof. Schimpf. «Altri verranno sempre influenzati dall’azione, per questo Aristotele classifica il suicidio come un reato contro la società, non contro se stessi. Il suicidio assistito, inoltre, genera ancora più male perché oltre alla persona uccisa, ci sarà anche un medico cooperante formalmente nell’azione omicida, egli sarà il responsabile morale».

Il 15 novembre 2014, nel suo discorso all’Associazione Medici Cattolici, Papa Francesco ha sfidato apertamente il mondo (altro che ricerca dell’applauso!), accusando «il pensiero dominante» di proporre «una “falsa compassione”. Quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono». Al contrario, ha detto al Parlamento europeo, «affermare la dignità della persona significa riconoscere la preziosità della vita umana, che ci è donata gratuitamente e non può perciò essere oggetto di scambio o di smercio».

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