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NEWS 5 gennaio 2016    
Domenico Giuliotti: un grande cattolico e poeta che non vi hanno fatto conoscere a scuola

di Giovanni Lugaresi

 

Sono passati sessant’anni, che non sono un’eternità, eppure quanti cambiamenti, dovunque, da allora. Dal giorno cioè in cui nella sua solitaria dimora toscana taceva una delle voci più forti, significative della cultura cattolica.

Erano le 9,15 del 12 gennaio 1956 quando Domenico Giuliotti, in agonia da alcuni giorni, chiuse gli occhi per sempre, in quella casa di Greve in Chianti dove aveva vissuto, in un isolamento emblematico dal mondo, quasi tutta la vita. La notte precedente il prevosto del paese gli aveva impartito la benedizione in articulo mortis. Al momento del trapasso gli era vicina la compagna della vita, la moglie Zina.

Come egli stesso aveva scritto in una bellissima lirica, “Ultima vigilia”, era preparato “a chinare la testa con quella di Gesù”.

Era l’epilogo di una vita cristianamente vissuta, noncurante della fortuna, degli onori di questo mondo, di quel mondo per il quale Cristo non aveva pregato. Nell’aspettativa dell’avvento del Regno, del “Regno che non è di questo mondo”, simile dunque a quei viatores di cui parla Sant’Agostino, o a quei cristiani della celeberrima Lettera a Diogneto, che, osservava Mario Missiroli, “è ritenuta il Gioiello della letteratura greco-cristiana”, opera di un anonimo apologeta del secondo secolo (“I cristiani abitano la propria patria, ma come pellegrini; partecipano a tutto come cittadini, ma tutto sopportano come stranieri; ogni terra straniera è patria per loro, ed ogni patria è terra straniera. Sulla terra passano l’esistenza, ma solo in cielo sono cittadini…”).

Composto nella cassa, così lungo, ossuto, rassomigliava più che da vivo, come lo descrisse Papini, “a uno di quei gentiluomini spagnoli, dalle facce lunghe e astratte, che si vedono nel Mortorio del conte d’Orgaz, dipinto dal Greco”.

Piero Bargellini parlò di una “immagine aguzza, puntata e scarnita di un santo senese”; e Nicola Lisi ritrovò il volto dell’amico scomparso guardando, con i suoi occhi estatici, e con la sua anima cristallina, i mosaici del Battistero di Firenze nella testa di San Giovanni che predica nel deserto.

All’indomani di quella morte, dopo la sepoltura nella cappella di famiglia, nel cimitero sopra il colle, vicino al quale c’erano i pochi campicelli da Giuliotti lasciati in eredità all’Opera Madonnina del Grappa di don Facibeni, lo stesso Papini, ormai agli estremi (sarebbe morto sei mesi più tardi), aveva dettato quell’epigrafe emblematica che si legge ancora oggi sulla facciata dell’abitazione che fu dello scrittore grevigiano, nel centro del paese: “Domenico Giuliotti/ amoroso e animoso cavaliere di Dio/ poeta illuminato prosatore potente/ meditò scrisse soffrì e si spense in questa casa”.

Sono passati dunque sessant’anni, ed è ancora possibile pensare a un uomo, a uno scrittore, a un poeta come Giuliotti? In poche parole, che cosa resta, che cosa si salva della sua opera?

E’ questo il primo interrogativo d’obbligo nella ricorrenza.

Giuliotti, negli anni in cui dominavano il pensiero positivista, prima, l’idealismo poi, la massoneria, il socialismo, il laicismo più potente, insomma, rappresentò la reazione cristiano-cattolica, non diversamente da quanto era accaduto in Francia. Non a caso, i suoi modelli furono De Maistre, Bloy, Hello, Veuillot.

Soprattutto nel primo dopoguerra – dopo che con Federigo Tozzi aveva fondato e diretto la rivista “La Torre” – esplose con tutto il suo sdegno e la sua forza polemica ne “L’ora di Barabba”. Fu, come avrebbe notato Piero Bargellini, la “denunzia di tutte le ipocrisie, con le quali si era tentato di ricoprire l’immenso carnaio bellico, e di tutte le frodi compiute nel nome di ideali falsi e bugiardi. Domenico Giuliotti non voleva più parlare di ‘ideali’, cioè di ‘idoli’, ma della verità. E di verità, per lui non ce n’era che una: quella del Cristo e della sua Chiesa. Tutto il resto apparteneva di fatto e di diritto, a Barabba, di cui, sul mondo, batteva, piena e spiccata, l’ora meridiana”.

Giuliotti, come Miguel de Unamuno, capovolse una delle regole di ogni pragmatismo o filosofia dell’azione, quella del successo.

Per lui il successo di un’idea o di che si voglia – come osservava Michele Federica Sciacca a proposito dello spagnolo – “non è la verifica della sua verità, né la verità va verificata nella prassi quale che sia. La verità si afferma: vinta o vincente, è sempre verità”.

Soltanto così si spiega la risposta data a Piero Gobetti, quando il giovane intellettuale torinese lanciò un appello alla collaborazione per “Rivoluzione liberale”.

“Nessuna osservazione da fare – scriveva Giuliotti. Nego tutto. Sono antiliberale, antidemocratico, antisociale, anticomunista” (di lì a poco, siamo nel 1920, avrebbe potuto aggiungere, “sono antifascista”).

“In questa Italia di briganti-pazzi, vivo con la tristezza ostile d’uno straniero che non ha più patria. Sono dunque da voi dissimilissimo. Voi (professori) cercate di catalogare mentre vi travolgono le ondate della piena, io (poeta) disperatamente spero nell’autodistruzione dell’anarchia e della ricostruzione d’una piramide, con al vertice il papa e alla base il popolo. Ecco il mio programma! Confrontato col vostro, una lirica accanto a un bilancio. Su ciò l’impossibilità di intenderci”.

E Gobetti così commentava, sulle pagine della sua rivista, la risposta giuliottiana: “Questa lettera di Domenico Giuliotti non vuole essere una partecipazione al nostro lavoro. E’ l’antitesi netta ed onesta di un amico per il quale abbiamo una profonda stima. In questa lettera, che è come la sintesi del libro di Giuliotti L’ora di Barabba, non c’è soltanto poesia, c’è una notevole rispettabile fede maturata in una poderosa unità, in ferreo anacronismo. La rude sincerità di Giuliotti richiama il cattolicismo alla sua logica medioevale e diventa, come altrove s’è notato, forza feconda, dialettica attraverso cui il mondo moderno ritrova la sua unità. Il programma di Giuliotti può sembrare esaltato o intemperante alle mezze coscienze, paurose di ogni posizione rigida, tolleranti per comodo o per poca serietà; esso ha un vizio chiaro di anti-storicismo messianico, ma su tutti i messianismi utilitaristi e riformisti, ha la superiorità che scaturisce da una terribile coerenza ideale, e da una limpida fede, ingenua e combattiva, nella trascendenza. E noi stimiamo la sua intransigenza che non ci stancheremo di combattere, mentre consideriamo con disdegno tutti i catechismi predicanti transazioni e conciliazioni”.

In questo giudizio di una intelligenza laica operante sull’altra sponda, che è anche un riconoscimento, ci pare si possa, tuttora, racchiudere l’essenza della polemica giuliottiana contro il mondo moderno.

Lo scrittore di Greve, anarchico in gioventù, poi cattolico fino alle midolla, passò tutta la vita a combattere la battaglia della Verità. Lo scrivere non gli era facile, pur possedendo una robusta prosa ed immagini nette, piene di forza – la penna, sono sue parole, gli pesava come una zappa. Quando scriveva era per polemizzare, per ribadire quella che riteneva la verità di Cristo, in perfetta sintonia con la parola della Chiesa.

Uomo indipendente, spirito libero, con una capacità e libertà di critica anche nei confronti di sacerdoti ed esponenti della gerarchia, mai azzardò mettere in dubbio il magistero. Animato da una fede profonda, non fu un bigotto, e per questo, le sue pagine sono sempre attuali, non avendo alcuna parentela con quella che egli chiamava la “santocchieria cattolica”.

Libri di polemica e d’amore furono, oltre a L’ora di Barabba, Tizzi e fiamme, e Il malpensante, mentre gli si devono alcune antologie interessantissime dei grandi reazionari francesi, di Jacopone da Todi, di Francois Villon.

Senza dire dell’opera poetica, limitata, scarsa come quantità, ma non certamente trascurabile perché è proprio nelle liriche che si rivela un suo aspetto fondamentale, quello del contemplativo, del mistico.

Le liriche alla Madonna e a Cristo sono lingue di fuoco che bruciano, vette di cattedrali gotiche che si innalzano verso il cielo: una testimonianza di fede e di poesia, appunto. Poi, non si possono trascurare certi discorsi sull’essenza del sacerdozio e sulla figura di un prete che gli era amico (nobilissima figura), il commento alla Messa, libro emblematicamente intitolato “Il ponte sul mondo”, che, a rileggerlo oggi può dire tante cose alle anime dei credenti, e anche dei non credenti. Dove si coglie il mistero della Messa, il rinnovarsi del sacrificio della croce, alla luce della verità cattolica – immutabile. Con l’umiltà del cristiano, diceva di se stesso: “Sono un povero balbuziente, a cui l’alito del peccato appanna il volto di Cristo”… Signori confessori, con quale spirito i penitenti si appressano alle vostre penitenzierie?

Certo, oggi, come ieri e come ieri l’altro, del resto, la figura e l’opera di Giuliotti possono non piacere a quei cattolici che hanno sostituito a Dio nuovi idoli. Ma la validità dell’opera del Giuliotti polemista cattolico non si discute, nella misura in cui egli prende i due elementi fondamentali della religione entro i quali combattere la buona battaglia: i concetti di peccato e di grazia.

Al di là, infatti, delle prese di posizione anacronistiche – lo erano già ieri l’altro e lo sono ovviamente, a maggior ragione, oggi – e alle esagerazioni cui era portato nella foga della polemica, resta di lui un esempio cristallino, in tutti i sensi.

Come letterato ebbe un suo seguito e una sua fortuna, seppur limitati nel tempo e nello spazio. D’altro canto, non si occupò mai delle fortune mondane, né brigò per ottenere riconoscimenti, prebende, onori.

La notizia di una probabilità della assegnazione del Premio Mussolini per la letteratura la si apprende da una lettera di Ottone Rosai del 20 aprile 1938, ma si sa anche che il riconoscimento non gli fu dato perché non era fascista.

Come si sa che, per non ricevere “la cimice” e la tessera che certamente gli sarebbero state consegnate, rifiutò di recarsi a Todi per la ricorrenza centenaria del “suo” Jacopone a parlare quale oratore ufficiale, invitato dall’autorità civile.

Riservatezza, selvatichezza, timidezza anche, nei rapporti umani. L’ira, lo sdegno, scoppiavano soltanto nella pagina scritta, e a lui e ad un altro polemista, Papini, si deve il primo volume del “Dizionario dell’omo selvatico”, dove si faceva una… carneficina del mondo e di certi suoi valori borghesi, di un certo cattolicismo, quello, per intenderci che allora era costituito da gente come “le zelatrici del Sacro Cuore che gittan fiori ai fascisti”.

Ma torniamo al letterato: titolo al quale non tenne mai (“Non possiedo che questa camera. C’è un letto con le panchette, un inginocchiatoio con un teschio e, sopra, nella parete, un crocifisso bianco sulla croce nera. Non c’è altro. Avete visto a un tratto tutto me. Andavate dicendo ch’ero un letterato. Ecco la mia letteratura. E’ questa”).

Fra i più pretti derivati dal Carducci, egli fu famoso e insieme sconosciuto; Papini lo ritenne uno dei “più amorosi cristiani e uno dei più commossi poeti che abbia oggi l’Italia”.

Sempre a Papini si deve un giudizio apparso ai più eccessivo, ma non senza un fondo di verità. “Prima di ogni altra cosa, Giuliotti è un poeta, un vero ispirato poeta, un poeta romantico di espressione classica; poeta anche quando narra e quando ricorda, poeta anche nell’indignazione e nell’invettiva; poeta di nascita, d’istinto e di natura; poeta nel senso artiere del Carducci, poeta nel senso fanciullo del Pascoli…”.

Per Enrico Falqui (uno dei pochi, tra i critici del Novecento, ad occuparsi di Giuliotti, con Carlo Bo e Pietro Pancrazi) una “nicchietta nel museo storico della letteratura italiana sarà invece, presto o tardi, accordata a Giuliotti in quanto ‘omo nero’, ‘omo salvatico’, cioè ‘scotennatore dei Tartufi e dei Trissottini’, frustatore dei mediocri, dei vili e dei buffoni, o almeno di quelli che, come avversari, a lui reazionario sembrano tali e magari non lo sono. La qual circostanza sottintende il riconoscimento di una sua particolare ars scribendi, un po’ innata e un po’ acquisita. Riterremmo giusto che, nella dinastia dei Polemisti italiani, giunti alle ramificazioni novecentesche, non si contestasse a Giuliotti il grado di ‘omo nero’, che fu suo per eccellenza finché il nero non prese a stingersi. Ed è peccato che lo sbiancamento, coincidendo con l’abbuiarsi dei tempi, non sia divenuto luminoso”.

Sul poeta, con l’acutezza di sempre, la testimonianza di Carlo Betocchi.

“Quando egli parla del poeta ne parla sempre con l’animo passato di chi aspira a un’altra condizione (‘Non un poeta, se non erro, fu santo. Il minimo dei santi è più grande del massimo poeta’): e nella poesia, Giuliotti resta l’esule di uno stato diverso, di una verità più alta e inattingibile come quel mezzo. E’ quanto ci fanno sentire i suoi versi affannati, violenti, rotti, qualche volta improvvisamente delicati, e il suo linguaggio costruito per necessità con il materiale linguistico ascetico, nudo, immediato di altri poeti che erano arrivati a quelle espressioni risolvendo in esse, compiutamente, la propria disperazione”.

Ecco, dunque, quel che resta di Domenico Giuliotti a sessant’anni dalla scomparsa. Un posticino come poeta, come letterato e come polemista, ed un esempio straordinario di testimonianza cristiana, valido sempre: prima e dopo il Concilio Vaticano II, compresa questo nostro tempo di sordità, di tralignamenti, di viltà. [...]

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