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NEWS 7 maggio 2016    
Don Oreste Benzi: «La difesa della vita contiene in sè la festa della vita». Tutti in marcia a Roma domenica

Ben 114 diverse associazioni straniere, di 29 Paesi, hanno aderito alla Marcia per la Vita che si svolgerà a Roma l’8 maggio. Il corteo partirà alle ore 9 da piazza della Bocca della Verità, proseguendo lungo le vie della Capitale per giungere in piazza San Pietro, per la preghiera del Regina Coeli. (www.marciaperlavita.it)

 

 

 

 

 

di don Oreste Benzi, fondatore dell’Associazione Papa Giovanni XXXIII

La festa della vita

Parto da questa constatazione di fatto: noi salveremo sempre più facilmente la vita delle creature più piccole, dei bimbi fin dal seno materno, se svilupperemo la globalità della festa della vita.

La difesa della vita contiene in sé la festa della vita. Soprattutto gli adolescenti e i giovani avvertono quando l’incontro con Dio è festa, è gioia, è simpaticità di vita. La salvezza della vita nel seno materno diventerà sempre più possibile nella misura che tutti gli uomini avranno il canto della vita, l’entusiasmo della vita. E allora parto proprio dalla funzione, dalla missione, dalla bellezza della vita dei nostri portatori di handicap.

Mi viene in mente la parola di Geremia al capitolo 30: in un fascio di luce profetico descrive come sarà il futuro popolo di Dio, che così risponderà all’amore di Dio. Cammineranno sulla via piana, dice il profeta, e tra di loro ci saranno lo zoppo, il cieco, la donna incinta e la partoriente. Sono quattro espressioni della debolezza dell’essere umano. Geremia ci fa capire come, quanto più è debole l’essere umano, tanto più il suo ruolo è fondamentale. E sottolinea che lo zoppo, il cieco, la donna incinta e la partoriente cammineranno in mezzo al suo popolo. Questo significa che il passo del popolo di Dio è segnato proprio da queste categorie di persone più deboli.

Quando si parla della donna incinta – mi rifaccio a Isaia 54, 1 – non si intende soltanto la donna che porta in grembo il bambino, ma anche la donna che rigenera nell’amore il bambino. La procreazione biologica, infatti, è soltanto l’inizio dell’esistenza, che continua a generarsi. Si diventa veramente padre e madre nella misura che si rigenera nell’amore. Questo lo constato tutti i giorni nelle duecentosessantacinque Case Famiglia che abbiamo attualmente nella Comunità Papa Giovanni XXIII, caratterizzate dalla presenza di figure genitoriali stabili e continuative, dove, accanto ai figli naturali, crescono i figli rigenerati nell’amore.

In ogni stato di vita si può e si deve esercitare la paternità e la maternità. Sia nello stato coniugale che nello stato verginale e in quello di singoli. La vita diventa veramente tale quando viene rigenerata ogni giorno. Il legame fisiologico è fragile, ma il legame spirituale e soprannaturale diventa una fortezza. Quanto più crescerà la conoscenza del dono della vita, e lo rispetteremo e lo vivremo, tanto più salveremo i bambini fin dal concepimento.

Giustizia: dall’annuncio agli atti concreti

L’annuncio della giustizia deve essere trasformato in atti di giustizia, altrimenti questo annuncio diventa fragile, e a volte diventa irrisione.

Faccio un esempio. Questa sera, a Rimini, celebreremo la giornata internazionale indetta dalle Nazioni Unite per la lotta alla povertà estrema. La celebreremo in piazza, invitando tutti i cosiddetti “barboni” e tutti coloro che sono soli, abbandonati, diseredati, miserabili. Ce ne sono tanti anche se spesso non ci accorgiamo di loro, non li consideriamo, non li vediamo neppure. Questa sera canteremo, danzeremo e gioiremo con loro, perché siamo tutti figli di Dio e – come ha detto P. Angelo (vedi capitolo 1 - ndr) - senza nessun privilegio. Ma questa attenzione ai più poveri non si può ridurre ad una festa, ad una serata all’anno finita la quale queste persone spariscono dalla nostra vita.

A Rimini, dal 1989, il nostro pulmino bianco tutte le sere va alla stazione ferroviaria, e i nostri fratelli, per lo più giovani, vanno a salutare quelli che non sono salutati da nessuno, che sono trattati come quei “cani della terra”di cui parla la Sacra Scrittura. Non ci vuole molto a riconoscerli: l’odore dei piedi è inconfondibile. Una volta individuati, i nostri giovani si mettono a sedere loro accanto, finché si svegliano. Allora inizia il dialogo: «Come stai?» e si fa loro la proposta: «Vuoi venire a dormire stanotte nella Capanna di Betlemme?» (noi di queste strutture ne abbiamo in diverse città d’Italia). La prima reazione di solito è di meraviglia: «Ma come? Perché ti interessi di me?».

La regola che abbiamo è questa: i poveri che non ci vengono a cercare, dobbiamo andare a cercarli noi. Perché se li amiamo davvero, non possiamo non dimostrarglielo. Se io dormo tranquillamente nel mio letto, nella mia stanza, nella mia camera, e il mio fratello non ha dove posare il capo, come faccio a dormire in tranquillità?

C'è un vuoto d’amore. Certe cose si capiscono solo se si ama, e allora perché non mi devo muovere per i miei fratelli e non devo correre da loro? Il Signore ci ha costituiti come popolo, e un popolo che lascia indietro qualcuno dei suoi membri non è un popolo ma un’accozzaglia di gente!

Chi è intollerante?

La stessa consapevolezza è quella che ci spinge ad andare a pregare davanti agli ospedali dove si praticano gli aborti. Alcuni ci criticano dicendo: «Andate a pregare in chiesa!». «Questo già lo facciamo – rispondiamo noi – ma quando Gesù viene crocifisso in questi piccoli, perché io non devo andare a piangere vicino a loro, mentre vengono straziati, mentre vengono così crocifissi?». Ci accusano anche di essere intolleranti. Ma noi rispondiamo: «Forse sono tolleranti quelli che dentro stanno ammazzando questi piccoli innocenti?».

È necessario cambiare il nostro linguaggio: ogni parola che non è vera è un tradimento. E i più deboli patiscono. Se io difendo la vita di un mio fratello che viene ammazzato sono intollerante? Dovrei forse stare zitto e pregare di nascosto?

Quanti bambini invece sono stati salvati dalla preghiera, proprio mentre eravamo lì davanti all’ospedale! A Forlì, una mattina, una coppia che andava ad abortire si è fermata sentendo la nostra preghiera. Sono venuti da me, abbiamo parlato un po’ e poi è arrivata la decisione: «Non ce la sentiamo più di andare ad abortire». Così è nato un bimbo bellissimo.

Un’altra volta eravamo a Rimini, sempre in preghiera. Una giovane coppia che stava andando ad abortire si è avvicinata per parlare con una nostra volontaria: lui aveva diciotto anni e lei diciannove. Ad un certo punto, quando abbiamo finito il rosario, hanno chiamato anche me. Io mi sono rivolto alla giovane mamma e le ho detto: «Ascolta il tuo bambino. In questo momento lui ti dice: “Mamma, perché mi vuoi uccidere?”». Perché questa è la realtà dei fatti. Non dobbiamo parlare di “interruzione della maternità” ma di omicidio premeditato, con l’aggravante che chi è ucciso non si può difendere! Dobbiamo dire con chiarezza che nell’aborto ci sono due feriti: uno, il figlio, ferito mortalmente, l’altra, la mamma, che rimarrà ferità per tutta la vita. «Se proprio non vuoi tenere con te il bambino – ho detto a quella mamma – lascialo vivere, e troveremo qualcuno che porterà avanti il tuo amore». Lei allora ha reclinato la testa sulla spalla e ha cominciato a piangere dicendo: «Lo tengo!».

Ogni vita ha un valore inestimabile: è un’opera di Dio. Per questo bambino salvato, quando ha compiuto un anno, i genitori hanno fatto una festa meravigliosa, alla quale hanno partecipato molti giovani. Perché i giovani si riuniscono in atti concreti di liberazione dell’umanità. Se li inviti a sentire solo conferenze, non viene nessuno. Dobbiamo invitarli alla “conferenza della vita”. Quella vita promessa da Gesù: «Chi viene dietro a me avrà la luce della vita».

La rivoluzione della condivisione

Noi dobbiamo dare ai poveri le risposte di cui i poveri hanno bisogno, non quelle che fanno comodo a noi. E allora occorre una rivoluzione: quella della condivisione. Ma non è facile, soprattutto quando si tratta di viverla tutti i giorni della settimana, tutte le settimane del mese, tutti mesi dell’anno, tutti gli anni della vita. Per questo io dico sempre che per stare in piedi bisogna stare in ginocchio, altrimenti si fanno degli scivoloni enormi. E per questo motivo in tutte le nostre Case Famiglia, sia in Italia che negli altri Paesi del mondo in cui siamo presenti, come dono del Vescovo abbiamo la cappellina con Gesù eucaristia.

Una di queste Case Famiglia è quella di Domenico, di Catania, oggi in Sri Lanka. Nove anni fa, prima di partire per la missione, lui e la moglie avevano detto: «Adesso basta con le accoglienze» perché la loro Casa Famiglia era piena. Sui giornali comparve però la notizia di un bambino idrocefalo, da sette mesi in ospedale in attesa di qualcuno che lo accogliesse. Domenico e la moglie, nonostante la decisione presa, andarono a trovarlo in ospedale e si dissero: «Non possiamo lasciarlo qui». Andarono a parlare con i medici chiedendo perché non fosse stato fatto l’intervento chirurgico per il deflusso. «Noi curiamo la qualità della vita, non la quantità della vita» si sentirono rispondere. Per i medici quel bambino era solo un ammasso di cellule.

Allora Domenico mi telefonò spiegandomi la situazione. Gli dissi di avvisare i medici che, se si fossero rifiutati di operare il bambino, avremmo fatto una cagnara tale che non se la sarebbero più dimenticata. Alberto – questo il nome che è stato dato al piccolo – appena fatto l’intervento aprì gli occhi: due occhi azzurri, stupendi. Alberto è vissuto solo sette anni, ma il bene che ha fatto lui nella formazione delle coscienze io non l’ho fatto in tutta la mia vita. Perché chiunque accosta uno di questi piccoli, diventa più umano. È il senso di Dio che lo prende, è il senso di Dio che entra.

«Perché non sei venuta a prendermi prima?»

Una mamma di una nostra casa famiglia, tre figli suoi e quattro accolti in affidamento, era incinta. La piccola Alice che lei aveva accolto togliendola dall’istituto, vedendo la mamma con il pancione, un giorno, come fanno spesso i bambini, le ha chiesto: «Mamma, sono stata anch’io nel tuo pancione?». E la mamma: «Tu, cara Alice, hai un’altra mamma, che ti vuole bene, ma che non poteva più tenerti. Allora mi ha detto: ”Me la prendi tu la mia Alice?”. E io ti ho presa. Ma da sempre io ti avevo pensata».
Per un periodo la piccola faceva spesso alla mamma la stessa domanda, ottenendo la medesima risposta. Finché un giorno le ha detto: «Sì, lo so, che ho un’altra mamma, che mi vuole bene e non mi può tenere… ma perché non mi sei venuta a prendere prima?».

La legge 149 del 2001 ha stabilito che entro il 2006 nessun minore potrà più essere collocato in un istituto. Possa il Signore darci la grazia che tutte le famiglie cattoliche facciano a gara per accogliere i bambini soli! I nostri ragazzi, i nostri bambini sono esasperati dalla solitudine. L’unica loro compagnia, spesso, è la televisione, per ore e ore. I bambini che possono condividere l’amore di papà e mamma con altri bambini accolti come figli e fratelli, invece, maturano precocemente nel senso della responsabilità e del dono di sé.

Soccorrere la vita ferita

Questo è il rispetto della vita: correre dove la vita è ferita! Perché possiamo veramente correre dove la vita viene uccisa, dobbiamo correre dove la vita è ferita.

Un giorno mi trovavo in un ricovero per anziani: c’erano undici vecchietti, come me. Ho chiesto: «Posso stare con voi?». «Certo, padre». Dopo un po’ che parlavamo, ho chiesto: «Ma perché siete qui?». Uno di loro, con la voce strozzata, ha detto: «Abbiamo tolto l’incomodo». Ecco: la cultura della vita si afferma prima con gli atti che con le parole. Il vero ricovero degli anziani è il cuore dei figli!

S. Agostino dice che «in ordo essendi, prima viene la fede, ma in ordo operandi, prima viene la carità e poi la fede». In altre parole: comincia ad amare, che poi comincerai anche a credere! Questo vale specialmente per giovani. Quando uno di loro mi dice: «Ma io non credo...», io rispondo: «E chi ti chiede di credere? Gesù ti dice: “Vieni e seguimi!”». Dobbiamo correre ovunque la vita è ferita: ecco il movimento per la vita! Correre perché dove la vita è ferita venga curata, e perché la vita non venga più uccisa.

Dall’io al noi

Penso spesso alla Madonna al fianco della croce. Io credo che quelli che si battevano il petto vedendo Gesù crocifisso, prima di tutto erano colpiti dalla Mamma ai piedi della croce. È lei, la Madonna, che porta i cuori a Gesù.

Così avviene oggi per tutte le ragazze, le donne, la mamme che rigenerano nell’amore creature con handicap gravi e gravissime. Vedendo il loro amore gratuito, totale, continuativo, la gente si converte e si diffonde un mondo nuovo.

Oggi, come dicono i nostri Vescovi, ci troviamo di fronte ad un “io” gigantesco a confronto con un “noi” piccolo piccolo. Se riusciremo a capovolgere il rapporto di forza tra l’”io” e il “noi”, nel nostro cuore, nella nostra famiglia, nella nostra parrocchia, ci sarà posto per tutti. Dobbiamo toglierci dall’incapsulamento in noi stessi, che ci fa vedere l’altro come strumento di cui ci si serve, come occasione di cui si approfitta, come incomodo da far fuori. «Io sono venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente» ci ha detto Gesù. In lui dobbiamo attuare la rivoluzione dell’amore: amare per primi, amare gratuitamente, amare anche di amore apparentemente inutile, perché quella è la dimostrazione che tu sei veramente amore.

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