lunedì 30 marzo 2020
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NEWS 13 giugno 2016    
Gli «scienziati» sentenziano l’eutanasia per i dementi: non lo sanno ma è meglio per loro

Quando una cosa s’ha da fare, s’ha da fare: specialmente l’eutanasia.

Il Journal of Medical Ethics ha pubblicato un articolo, The implausibility of response shifts in dementia patients (“Implausibile il cambiamento di risposta per i pazienti affetti da demenza”), in cui si sostiene che il cambiamento di volontà dei pazienti affetti da demenza, che conducono una discreta qualità di vita e quindi appaiono felici, nonostante la patologia che li ha colpiti, non va preso in considerazione.

Karin Rolanda JongsmaMirjam AG SprangersSuzanne van de Vathorst, le autrici dell’articolo in questione, ritengono che quando i pazienti affetti da demenza esprimono desideri che non sono conformi o addirittura possono contraddire le preferenze in precedenza espresse, non bisogna arrendersi ad un banale “poverino, è contento così!”: se in passato avevano detto di voler essere uccisi in caso di perdità della capacità di intendere e di volere, non è plausibile pensare che abbiano effettivamente cambiato idea.

Vien subito in mente di chiedere: “E se è il contrario? Se oggi, affetto da demenza, chiedo di essere ammazzato, mentre fi o a ieri non volevo?”. Scommettiamo che in questo caso prevale la volontà attuale del paziente? Nei Paesi nordici già è così.

I bioeticisti e gerontologi che sostengono che i pazienti affetti da demenza cambiano idea perché subiscono un ‘cambiamento di risposta’ sbagliano. Una persona con disturbi da demenza senile potrebbe avere momenti di lucidità, potrebbe – nel complesso – condurre una vita di cui non sente “il peso”. La realtà, di un tale disturbo mentale, potrebbe essere meno brutta di quello che si immaginava da giovani.

Le autrici dell’articolo spiegano il cambiamento di idea in modo diverso. Fa esso stesso parte della malattia.  Quindi le “direttive anticipate” impartite in gioventù da pazienti affetti da demenza non possono essere ignorate.

 Insomma l’eutanasia è cosa buona e giusta. Tanto giusta che va somministrata anche a chi non la vuole. Perché “lui non lo sa, ma la vuole. E’ meglio per lui!”

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