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NEWS 2 giugno 2019    di Redazione
Il governo francese insiste: Vincent deve morire

Il governo francese venerdì ha presentato ricorso in cassazione nel caso Vincent Lambert, contro la decisione della Corte d’appello di Parigi che ha ordinato la ripresa della somministrazione di cibo e idratazione.

E così il calvario di Lambert riprende. Il 20 maggio scorso i medici dell’ospedale di Chu Sébastopol di Reims avevano interrotto alimentazione e idratazione del tetraplegico di 42 anni  affetto dalla “sindrome della veglia non responsiva” (stato di “coscienza minima plus”), secondo l’autorizzazione del Consiglio di Stato francese.

La decisione era giunta in contraddizione con quanto richiesto il 3 maggio dal Comitato internazionale sui diritti delle persone con disabilità dell’Onu: non interrompere il sostentamento fino a quando non avesse completato la valutazione del caso. Quindi, il 21 maggio, l’atto di morte messo in piedi dai medici dell’ospedale è stato bloccato dalla Corte di appello di Parigi, che ha «ordinato allo Stato francese di adottare tutte le misure per far rispettare le misure provvisorie richieste dal Comitato».

Lo stesso 20 maggio il presidente Emmanuel Macron, con una dichiarazione dal sapore pilatesco, era intervenuto sulla vicenda di Vincent dicendo che lui «non doveva interferire». Passata una settimana, e passate le elezioni europee, venerdì 31 maggio il ministero della Salute del governo Macron fa sapere che lo Stato francese ha deciso di ricorrere in cassazione contro la decisione dei giudici di Parigi.

Roberto Colombo della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma precisa alcuni elementi importanti sull’agenzia Sir:

  1. «Non è possibile dichiararlo morto con il criterio cardiocircolatorio-respiratorio (respira senza assistenza ventilatoria e ha un battito cardiaco spontaneo) e neppure con quello neurologico (non è in stato di “morte cerebrale”). Si può solo farlo morire intenzionalmente attraverso un atto di eutanasia omissiva, sospendendo l’idratazione e la nutrizione necessarie alle sue funzioni fisiologiche essenziali (come alle nostre) dopo averlo sedato in modo profondo perché non abbia coscienza di quanto gli viene fatto e non soffra per la disidratazione e l’inanizione»;
  2. C’è «il riconoscimento – anche da parte dell’autorevole Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle persone con disabilità che ha accolto ed esaminerà l’istanza dei genitori di Vincent di non provocarne intenzionalmente il decesso – che egli è un “disabile”, gravemente cerebroleso ma pur sempre un portatore di handicap, non un paziente nella fase “terminale” della sua malattia, né un morente in stato di agonia o pre-agonia»;
  3. Non si può confondere l’eutanasia «con la doverosa rinuncia ad ogni “accanimento terapeutico” che, peraltro, nel caso di Vincent non sussiste affatto, come gli stessi periti medici del tribunale hanno dichiarato»;
  4. L’articolo 10 della Convenzione per i diritti delle persone disabili così recita: «Il diritto alla vita è inerente ad ogni essere umano e [gli Stati] prenderanno tutte le misure necessarie ad assicurare l’effettivo godimento di tale diritto da parte delle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri». Tale Convenzione è stata ratificata anche dalla Francia.

Ora però il governo francese fa ricorso contro i giudici di Parigi che avevano ordinato di riprendere alimentazione e idratazione. E meno male che Macron «non doveva interferire».


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