domenica 26 maggio 2019
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NEWS 20 aprile 2019    di Ermes Dovico
La fede semplice di un popolo che anela al Risorto

Il Sabato Santo la Chiesa contempla il mistero del corpo di Cristo giacente nel sepolcro e della discesa del Redentore, in anima e divinità, agli inferi, il luogo che nell’Antico Testamento ebraico era indicato con il termine Sheol e nella versione greca con Hades. È in questo luogo che Gesù annunciò la sua vittoria sulla morte, liberando i giusti.

In questo giorno di attesa e di mancanza, di cui è segno la non celebrazione dell’Eucaristia, un gran numero di fedeli partecipa alle tradizionali processioni che interessano tutto il territorio italiano, probabilmente con una maggiore prevalenza al Sud, e rappresentano il naturale proseguimento di cortei sacri, con in testa la Via Crucis, e di altri riti che si svolgono lungo tutto il tempo quaresimale e della Settimana Santa. Piccoli che camminano mano nella mano con mamma e papà, frotte di fanciulli pieni di vita, frati e suore, sacerdoti e autorità civili, giovani e anziani che partecipano nonostante acciacchi e infermità, vecchiette con l’immancabile rosario. Sono tutti questi volti a formare e tramandare ciò che si chiama devozione popolare, i cui rituali hanno origini che si perdono nel tempo e ci ricordano come l’Italia e in generale l’Europa siano ancora oggi, a dispetto della secolarizzazione, intrise di cattolicesimo ed espressione di una bellezza dal sapore antico (eterno?) che continua ad attrarre. Una devozione, certo, da accompagnare a una fede vissuta davvero, nel senso della logica cristiana dell’et-et, capace di produrre molto frutto.

Si prenda per esempio la «Processione della Pietà» che si fa il Sabato Santo a Molfetta, organizzata dall’Arciconfraternita della Morte, una delle diverse confraternite della città pugliese. Tra melodie funebri e altamente espressivi simulacri di cartapesta – che rappresentano gli apostoli Pietro e Giovanni, la Maddalena e la Veronica, Maria di Cleofa e Maria Salomè – avanza la grande protagonista, la Pietà: la Madonna, dal volto settecentesco, con il Cristo morto tra le sue braccia. La musica alterna tratti di dolore e di speranza. La processione inizia di giorno e va avanti fino a sera, concludendosi prima della Veglia Pasquale.

Quello di Molfetta è solo un esempio tra tantissimi, ognuno con le sue peculiarità: per rimanere in Puglia, si possono ricordare le processioni per il Sabato Santo a Gallipoli, Galatina e Mottola, andando in Sicilia si può citare la Processione dei Misteri di Trapani che inizia alle due del pomeriggio del Venerdì Santo e si protrae per quasi 24 ore, in Calabria ci sono i caratteristici flagellanti o “vattienti” di Nocera Terinese, in Campania è famoso il corteo di Sessa Aurunca, che vede la partecipazione di molte donne vestite a lutto che accompagnano i gruppi della Deposizione e della Pietà: il Cristo di quest’ultimo gruppo ha la caratteristica di essere, come scrive la memoria locale Pietro Perrotta, “ricavato da un unico tronco d’ulivo la cui lavorazione è attribuita dalla tradizione alla mano di un ergastolano pentito”.

Racconti che stanno lì a testimoniare come la trasmissione della fede passi anche attraverso queste forme di devozione, spesso derise o trattate con sufficienza, eppure fondamentali perché perpetuano la presenza pubblica del cristianesimo – la stessa presenza che i salotti laicisti, quelli a cui l’incendio di Notre Dame interessa solo per ragioni “da cartolina”, vorrebbero annullare – rimangono nei cuori di chi vi partecipa (Dio solo sa quanti si sono salvati per la pietà cristiana appresa nell’infanzia e magari riscoperta, con un pentimento salutare, in età adulta) e ci dicono di un popolo che ancora oggi, nonostante tutto, anela al Risorto.

 


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