venerdì 19 gennaio 2018
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NEWS 11 ottobre 2017    
L’attuale crisi della bellezza rispecchia la crisi d’identità  in cui langue il nostro mondo

di Stefano Chiappalone
sul sito di «Alleanza Cattolica»

 

Le folle di turisti, che ogni anno – e spesso in ogni stagione dell’anno – affollano le città d’arte e gli incantevoli borghi che costellano l’Italia e l’Europa, sembrano andare in cerca di un tempo perduto, ma ben delimitato a distanza di sicurezza dalle opere della contemporaneità. Vanno in cerca di esperienze quali la maestosità dei castelli che ne promana anche quando sono ridotti a rudere, lo splendore delle cattedrali, la meraviglia di paesaggi in cui l’opera del Creatore e quella dell’uomo si fondono armonicamente, l’aspetto fiabesco di alcuni centri storici tutti pietra e legno in cui sembra di fare due passi nel Medioevo così come i visitatori delle calli di Venezia si sentono catapultati in una veduta del pittore Canaletto (Giovanni Antonio Canal, 1697-1768) e chi passeggia per le vie di Siena si vede immerso in un affresco di Ambrogio Lorenzetti (1290-1348). In altre parole, è significativo constatare che la bellezza che ci attrae è spesso datata entro e non oltre il secolo XIX. Al di là di questi secoli, pare infatti che il turista preferisca restare a casa. Per quale motivo? Perché, per esempio, voler andare a Roma per vedere le basiliche e non l’avveniristica e decantata chiesa di Tor Tre Teste? Perché visitare il centro storico di una città toscana e non un moderno quartiere industriale?

Il primo istinto che spinge a cercare la bellezza è il desiderio di essere trasportati in una dimensione che vada oltre i limiti consueti dell’utile e del funzionale, per colmare la sete d’infinito che c’è nel cuore di ogni uomo. Si può sognare a occhi aperti ammirando gl’imponenti resti di un maniero o le storie scolpite sulla facciata di un duomo, ma quale sogno sarà mai possibile di fronte ai ciechi volumi di un’architettura volutamente fredda e asettica, quando anche le cattedrali moderne non si discostano poi tanto dagli anonimi spazi della vita quotidiana? Dal secolo scorso in poi, sembra che i sogni siano stati sepolti da una uniforme patina edilizia che rende indistinguibile non solo la casa dall’ufficio o dalla chiesa, ma anche le strade di Roma da quelle di Tokyo o di Berlino. Insieme alla bellezza abbiamo perso le identità specifiche che dai rispettivi popoli si riflettevano sino alle mura e agli edifici. Nel “brodo primordiale” edilizio, ciò che resta dell’antica bellezza è confinato in riserve turistiche o inglobato, quasi soffocato dall’avanzare della modernità che poi, superati i resti del passato, dilaga senza più pudore, dipanandosi liberamente in un mare di cubi di cemento e insegne colorate. Nel deserto delle identità culturali, l’unica identità rimasta è quella trasversalmente imposta dal marketing che in ogni angolo dell’Occidente identifica con i medesimi colori – talora persino le stesse strutture – i negozi di un determinato brand. Dunque, niente paura di perdersi: riconosceremo immediatamente di trovarci in questa o quella catena, pur senza capire se siamo a Roma, Milano o Venezia. In attesa di ritrovare un homeland, una patria accontentiamoci dell’home brand.

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