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NEWS 15 luglio 2019    di Redazione
I leader pro life parlano davanti a Donald Trump della censura sul web

I leader pro-life sono stati invitati a un summit sui social media della Casa Bianca giovedì scorso, e hanno potuto parlare davanti al presidente Donald Trump della censura di cui sono vittime le loro organizzazioni da parte dei principali motori di ricerca e social media.

Lila Rose (foto), fondatrice e presidente del gruppo pro-vita Live Action, ha ricordato che alla sua organizzazione è stato impedito di pubblicare annunci a pagamento su Twitter, per farlo hanno ricevuto richieste di non mettere nei contenuti il superamento del colosso abortista Planned parenthood e di togliere contenuti pro life dai loro feed di Twitter e dal loro sito. Nel frattempo YouTube «ha seppellito i nostri video pro-vita e potenziato i video sull’aborto», ha detto la Rose.

Facebook e Instagram, ha denunciato la Rose, non permettono a Live Action di pubblicare annunci usando immagini di bambini nella pancia della mamma. Live Action dice che è stata sospesa definitivamente anche da Pinterest a giugno, per accuse di promozione di “teorie del complotto”, nonostante le cliniche abortive e i gruppi pro-aborto pubblichino liberamente. Inoltre, sempre Pinterest ha inserito Liveaction nell’elenco “blocco pornografico”, dopo che ciò è emerso il social network ha motivato la sua azione dicendo che i suoi contenuti farebbero “disinformazione”.

In una mail inviata al sito Lifenews in cui la Rose ha commentato il suo intervento alla Casa Bianca, ha detto che le principali aziende Big Tech “vedono la nostra cultura che si rivolge contro l’uccisione di bambini nel grembo materno crescere sempre di più ogni giorno, ed è per questo che stanno facendo di tutto per sopprimere la verità. Le loro azioni sono andate oltre la censura e sono estremamente fastidiose non solo per gli americani a favore della vita, ma anche per il diritto alla libertà di parola di ogni americano».

Secondo la Rose i social media e i motori di ricerca come Google devono chiarire se vogliono essere trattate come piattaforme o diventare in qualche modo editori agendo con forme di censura più o meno dichiarate. «Internet e altri servizi informatici interattivi», ha detto la Rose, «offrono un forum per una vera diversità di discorsi politici, opportunità uniche per lo sviluppo culturale e una miriade di possibilità per l’attività intellettuale», ma se agiscono con forme di censura cessano di essere questo e diventano editori.

Mallory Quigley, vice presidente delle comunicazioni per la Susan B. Anthony List, presente all’incontro di giovedì, ha detto che i motori di ricerca come Google e i siti di social media come Twitter, Facebook e YouTube «si sono affermati come una piattaforma in cui tutte le voci dovrebbero essere accolte», eppure «c’è stato un pregiudizio dimostrabile contro le organizzazioni pro-vita».

Chuck Konzelman, co-regista del film “Unplanned” che narra la storia di conversione dell’ex attivista di Planned parenthood Abby Johonson, ha detto che nelle sue ricerche su Google per i film, Unplanned è stato etichettato come “Drama / Propaganda” e la propaganda «non è qualcosa che un algoritmo potrebbe assegnare. Questo è il lavoro di un essere umano».


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