giovedì 23 maggio 2019
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NEWS 20 luglio 2015    
L’errore dell’Occidente è separare il terrorismo islamista dall’ideologia che lo genera

di Anna Bono

 

L’Isis quest’anno ha raccomandato a tutti i mujahid, i combattenti ovunque nel mondo impegnati nella guerra santa, di intensificare gli atti di violenza durante il sacro mese di Ramadan, iniziato il 18 giugno. I mujahid hanno obbedito. Boko Haram da solo, in Nigeria, dal 22 giugno a oggi ha compiuto 15 attentati e attacchi mortali che hanno provocato 304 vittime subito accertate e centinaia di feriti, molti dei quali gravi, con un bilancio di perdite umane destinato quindi molto probabilmente a salire.

Qualche imam ha deplorato la violenza. La quasi totalità dei musulmani tacciono come al solito e più ancora, immersi come sono nella dura disciplina del Ramadan: l’astinenza quotidiana da cibo, bevande, fumo e sesso dall’alba al tramonto e la preghiera notturna che si aggiunge alle cinque consuete (recitate all’alba, a mezzogiorno, a metà pomeriggio, al tramonto e un’ora dopo il tramonto) costringendo a brevi tempi di sonno per quattro settimane.

L’Occidente cristiano prova a spiegarne il silenzio con il fatto che il terrorismo islamico non ha niente a che vedere con l’Islam, che è una religione di pace.

Ayaan Hirsi Ali, insieme a poche altre personalità islamiche, dissente.

Hirsi Ali è l’intellettuale di origine somala che nel 2004 fu condannata a morte da una fatwa per aver scritto il testo di “Submission”, il cortometraggio sulle violenze imposte alle donne musulmane in nome dell’Islam che è costato la vita all’autore, il regista olandese Theo van Gogh, assassinato da un estremista islamico ad Amsterdam nel novembre del 2004.

Nel suo ultimo libro, “Eretica”, Hirsi Ali divide i musulmani in tre categorie: i musulmani che lei chiama della Mecca, perchè si rifanno al primo Maometto, quello che alla Mecca predicava e convertiva, convincendo i politeisti ad abbandonare i loro idoli; quelli di Medina, che si ispirano al Profeta dopo che, emigrato con i suoi seguaci in quella città, prese a imporre l’Islam e a combattere e discriminare chi rifiutava di convertirsi; e infine  i dissidenti, i riformatori, vale a dire quelli come lei impegnati nella reinterpretazione e nella trasformazione dell’Islam, indispensabili per traghettare la religione di Allha, e con essa 1,5 miliardi di persone, dal VII al XXI secolo.

La professione di fede è la stessa sia per i musulmani della Mecca sia per quelli di Medina – sostiene Hirsi Ali – convinti gli uni e gli altri che la legge si deve fondare sul Corano e sugli Hadith, i racconti di ciò che Maometto ha fatto e ha detto nel corso della sua vita. A differenziare i musulmani di Medina non è una diversa professione di fede, ma la convinzione che un suo requisito sia il dovere di imporre l’Islam a tutto il mondo, se necessario con la forza, con il jihad, la guerra.

In altre parole, dunque, l’Islam non è una religione di pace: le azioni violente degli islamisti radicali non possono essere separate dagli ideali religiosi, islamici, che le ispirano, la violenza islamica è radicata nei testi fondanti dell’Islam, l’appello dei jihadisti alla violenza e la sua giustificazione sono esplicitamente presenti nei sacri testi.

Questo vuol dire che quella degli estremisti islamici non è una religione snaturata. Lo Stato Islamico, Boko Haram, al Shabaab e tutti gli altri gruppi jihadisti citano e applicano il contenuto degli stessi testi su cui tutti i musulmani regolano la loro esistenza e aderiscono alla medesima professione di fede.

Come sempre, quando non si individuano le reali cause di un problema, i rimedi messi in atto per risolverlo non funzionano e, non di rado, peggiorano la situazione.

Il presupposto che terrorismo ed estremismo debbano essere distinti dall’Islam religione di pace, è errato; se quindi Hirsi Ali e gli altri musulmani dissidenti hanno ragione, un errore fatale nel mondo cristiano occidentale è stato in tutti questi anni concentrare l’attenzione, nella lotta al terrorismo, sulle tattiche invece che sull’ideologia che ne giustifica le azioni; aver cercato un’impossibile alleanza con i cosiddetti islamici “moderati”, senza capire che essi non sono disposti a riconoscere né tanto meno a ripudiare il mandato teologico alla violenza e all’intolleranza insito nei testi sacri; e infine aver emarginato i musulmani dissidenti che perseguono l’unica via possibile per contrastare il terrorismo islamico: tentare una autentica riforma della professione di fede islamica, rivedere e disconoscere i principi fondamentali usati per giustificare violenza e intolleranza.

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