martedì 02 giugno 2020
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NEWS 8 maggio 2020    di Redazione
La libera concorrenza dei mercati e della finanza è l’idolo tenebroso

È uscito l’Undicesimo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo a cura dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan, dal titolo Popoli, nazioni, patrie: tra natura e artificio politico (pagg. 216, edizioni Cantagalli, € 14,00). Tra i molti saggi presenti, firmati, tra gli altri, da Stefano Fontana e monsignor Giampaolo Crepaldi, pubblichiamo un breve stralcio di quello del professor Mauro Rono, presidente del Centro studi Livatino.

di Mauro Ronco*

Un idolo tenebroso della modernità è la concorrenza libera dei mercati economici e finanziari, esercitata senza alcun controlla da parte dell’autorità pubblica.

La prima lunga fase del liberalismo dal 1789 al 1914 ha segnato il dominio dell’usura sul lavoro, con la terribile crisi sociale mirabilmente denunciata nelle sue cause dal Pontefice Leone XIII nella Rerum novarum. Egli insegnava che nei Paesi ove la ricchezza si era:

«accumulata […]in poche mani […] e largamente estesa la povertà era “di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo»

Dopo la fase totalitaria, comunista e nazionalsocialista, la liberalizzazione dei mercati economici e finanziari ha eretto l’idolo della concorrenza al vertice della piramide dei valori della comunità internazionale. In questa fase l’ambizione è ancora più superba: si tratta di creare un subdolo e iniquo rapporto tra il padrone e gli schiavi, trattati come consumatori dipendenti dai beni materiali, ma anche spesso dai vizi inoculai e indotti (pornografia, droga, gioco d’azzardo).

L’Unione Europea ha fatto della concorrenza lo strumento principale della sua politica economica. Ma se la concorrenza è assolutamente libera, vince inevitabilmente chi è in grado di investire nella produzione e nel commercio il maggior volume di denaro possibile, abbassando i costi della produzione e della commercializzazione, soprattutto riducendo all’osso il costo del lavoro e svilendo la qualità del prodotto. Gli operatori più piccoli e poi medi e poi grandi del mercato spariscono.

Gli oligopoli, in “concorrenza” tra loro (ma questa concorrenza basta ai globalisti della mondializzazione per sostenere che il mercato è libero), comprimono il costo del lavoro, aumentano i prezzi del prodotti e impoveriscono il corpo sociale, che diventa progressivamente sempre più dipendente da conglomerati multinazionali che traggono ulteriori vantaggi dalle asimmetrie dei regimi tributari dei vari Stati, localizzando i centri direzionali del business nei luoghi fiscalmente più convenienti o più disponibili alla trattativa sul volume degli imponibili e sulle aliquote di prelievo.

Ora, se le cose stanno così – e stanno veramente in questo modo – la nostra patria non deve genuflettersi innanzi all’idolo della concorrenza. (…)

*Presidente Centro Studi Livatino


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