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NEWS 23 marzo 2020    di Redazione
L’indulgenza plenaria e il senso del peccato

In questi giorni la Penitenzieria apostolica, il più antico tra i tribunali di Santa romana chiesa, quello che si occupa di foro interno, ha pubblicato due documenti: sul sacramento della confessione e per la concessione di speciali indulgenze nell’attuale situazione di pandemia da coronavirus.

Se la confessione cancella il peccato e ridona la grazia, l’indulgenza è un atto di estrema misericordia. Ogni peccato necessita una purificazione che si ottiene con una pena temporale, alla quale il peccatore può essere obbligato nonostante il perdono successivo alla confessione: può essere scontata sulla terra con preghiere e penitenze, con opere di carità e con l’accettazione delle sofferenze della vita. Viceversa può essere scontata nell’aldilà, nel Purgatorio. Per estinguere il debito della pena temporale la Chiesa permette al fedele battezzato di accedere appunto alle indulgenze.

Nel caso del recente decreto firmato dal cardinale Penitenziere Mauro Piacenza viene concessa l’indulgenza plenaria nei seguenti casi:

  • «ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa, alla recita del Santo Rosario, alla pia pratica della Via Crucis o ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile»;
  • agli «operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus secondo le parole del divino Redentore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), (…) alle stesse condizioni»;
  • «a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé».

Queste grandi azioni di misericordia si scontrano spesso con l’oblio diffuso del senso del peccato, come ricordava don Divo Barsotti in una sua meditazione del 2 ottobre 1966:

«Il mondo moderno ha perso il senso del peccato. L’uomo sembra che non abbia più altra libertà che quella di seguire spontaneamente la sua natura. Non so se ha acquistato l’innocenza dell’animale: è certo che nessuno, praticamente, nel mondo di oggi sente vivo il bisogno di una liberazione da se stesso. L’uomo si è accettato qual è, e per la sua bruttura non rimprovera più alcuno, nemmeno Dio, perché come ha perso il senso del peccato, così ha perso il senso di Dio.

L’uomo è solo in un mondo vuoto e non vi è legge che egli debba realizzare. Forse mai l’umanità si è trovata a un tale abisso di perversione morale, forse mai l’umanità è caduta così in basso: non perché oggi si commettano maggiori peccati di ieri, ma perché oggi non si sa, non si avverte, non si ha più coscienza nemmeno del male nel quale siamo impastati. L’uomo si accetta così come è e non aspetta nessuna redenzione, e non crede più in alcuna salvezza. È pauroso il senso della vita che è proprio dell’uomo di oggi. Si identifica la materia allo spirito e Dio al mondo; e non vi è più luce di libertà, non vi è più luce di bellezza spirituale per l’uomo.

Il paralitico del quale si parla nel Vangelo di Matteo (Mt 9, 1-8) viene portato dinanzi a Gesù e non chiede la salvezza dal suo peccato: sembra che non ne senta il bisogno. Solo il dolore, la menomazione fisica gli fa sentire il bisogno di una liberazione. Solo questa menomazione, senza dargli speranza nella guarigione, gliela fa comunque desiderare egli permette di accedere al Divin Maestro perché, se Egli può veramente qualcosa, manifesti il suo potere e lo guarisca.

Forse solo questo può avvicinare a Dio noi uomini moderni: il dolore, la malattia; o forse anche la malattia e il dolore non si traducono nemmeno più per l’uomo in un grido di pietà, in una implorazione di aiuto; forse l’uomo come una bestia ferita aspetta soltanto la morte. Non lo so. È vero questo: che il mondo sembra deserto da Dio, è vuoto».


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