mercoledì 26 febbraio 2020
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NEWS 9 agosto 2019    di Redazione
Mogli cattoliche tradizionali, arriva il diario di bordo di Manuela

Continuano ad arrivare risposte alla nostra campagna “Mogli cattoliche tradizionali cercasi, modello 2019“. Oltre al ferro da stiro c’è di più… E tu cosa intendi per “moglie cattolica tradizionale”? Scrivi a redazionetimone@gmail.com  (no perditempo, massimo 3.000 battute spazi compresi).

Tanto per essere subito chiari: io non riesco ad identificarmi nella tradizionale figura di donna cattolica angelo del focolare, dolce, mansueta e composta e non ritengo nemmeno che la donna cattolica possa essere ridotta ad un’immagine standard che vada bene per tutte. E vi spiego perché: cresciuta, in un primo periodo della mia vita, a pane e femminismo da una donna virile (mia mamma) che da giovane era in prima linea durante le manifestazioni sessantottine, non sono certo stata tirata su da un modello femminile tanto consueto. Per me era normale, da bambina, seguire, mia madre, nel pieno degli anni ’80, nei vari comizi politici che ascoltava con interesse o nei primi istituti di bellezza dove assistevo a bocca aperta ai primissimi rivoluzionari trattamenti estetici o nel suo ufficio dove veniva fuori quel suo modo di essere bella, elegante e grintosa.

All’epoca ero ancora ignara del cambiamento che avrebbe attraversato la nostra vita, nel momento in cui mamma, appena quarantenne si trovò di fronte ad una diagnosi terribile: cancro al seno e pochi mesi di vita davanti. All’improvviso il mondo in cui ero vissuta cambiò perché lei fece voto di offrire la sua bellezza e tutto ciò che in qualche modo poteva allontanarla da Dio, proprio a Lui, in cambio della guarigione. E qualche tempo dopo, la sua miracolosa e inspiegabile guarigione, testimoniò che la sua offerta era stata gradita a Dio.

Da quel momento in poi, siccome per mia madre il “grigio” non esiste, mi trovai a vivere di colpo, in una specie di monastero trappista: la preghiera e la Messa non mancavano mai, ogni giorno e una rigida educazione morale (di cui oggi la ringrazio) caratterizzò la mia adolescenza. Ma si trattava per me di una fede trasmessa e non ancora “ruminata”, in quel momento il mio incontro con Dio passava attraverso la “legge” ma servì a tracciare il sentiero verso di Lui.

Allora, vi chiederete…quando sono diventata una donna cattolica? Nel momento peggiore della mia vita. Sull’orlo di un esaurimento nervoso e di una profonda crisi esistenziale a causa di gravi vicende familiari che mi avevano chiuso in un dolore da cui ritenevo per certo, che non sarei mai uscita. Per caso quell’estate, partecipai ad un ritiro spirituale per giovani (avevo 24 anni). Mentre ero in ginocchio, durante la preghiera e, pensando a ciò che avevo lasciato a casa, versavo tutte le mia lacrime, ad un tratto sentii intonare un canto intitolato “Gesù e la samaritana”. Quel canto descriveva la mia vita, non perché avessi avuto tanti fidanzati ma per la “sete” di acqua viva che aveva sempre caratterizzato il mio percorso, un’inquietudine profonda, una ricerca del senso dell’esistenza, talmente radicato nel mio essere che per esso sarei stata disposta a dare la vita e che mi aveva portata anche ad iscrivermi, nonostante avessi già una laurea in Lettere, alla facoltà di Filosofia (dove ho condotto un percorso di studi indimenticabile).

La frase del canto che, durante la preghiera, trafisse la mia mente e il mio cuore come un raggio di luce penetrante fu “Sono qui conosco il tuo cuore” che Gesù rivolge alla samaritana. In quel momento sentii con una forza impattante indescrivibile, lo sguardo del Salvatore su di me, come se potessi quasi toccare quello sguardo: sentii che mi leggeva dentro, che leggeva dentro tutte le mie mortificazioni, il mio percorso, sapeva in tutti i mini dettagli, ciò che avevo sempre vissuto, dal primo istante. Lo sentii, come dice Agostino, “più intimo a me di me stesso”: il Dio si era fatto Uomo nella mia vita e finalmente il mio essere conosceva, con tutto se stesso, il suo Creatore.

Ma non bastava perché, dopo essersi rivelato, chiedeva di più: il canto continuava e, quasi ad infierire su una persona già disarmata di fronte ad un amore così sovrastante, sentii ancora le parole del ritornello che suonavano “Se la mia legge in te scriverò, al mio Cuore ti fidanzerò e mi adorerai in Spirito e Verità”. E io lo volevo quel fidanzamento, lo volevo tanto e probabilmente l’avevo cercato tutta la vita. Capii anche, in quel momento, che la “legge” era stato il mio modo di cercarlo e che non era più, da quel momento, per me, il “dovere per il dovere” di kantiana memoria, quasi un vuoto moralismo, ma, ormai trasfigurata da un’esperienza così pervasiva, era divenuta il modo più concreto e manifesto per piacere alla Persona che amavo, come quando ci si fa belle per l’uomo che si ama, per piacergli di più.

Vi assicuro che si può essere contemporaneamente sposa di Cristo e sposa di un uomo. Anzi, ve lo dico io che significa essere una “donna cattolica”: è amare prima Dio di chiunque altro, di un amore totalizzante che viene prima persino della propria famiglia. Questo non significa voler meno bene al proprio marito e ai propri figli, anzi, vuol dire fuggire dalla tentazione di amarli pretendendo che compensino un vuoto (atteggiamento spesso alla base di molti divorzi). Nessuno può sostituire l’Amato e la Sua attesa. Dirigere tutti i membri della propria famiglia verso questa straordinaria consapevolezza, è ciò a cui siamo chiamate, prima di qualunque altra incombenza domestica e lavorativa, ma prima dobbiamo aver dato noi stesse completamente a Dio. Oggi anch’io sono un’attivista come mia madre, non un’attivista femminista ma pro life.

L’annuncio della Verità che ho incontrato, anche attraverso le testate per cui scrivo, è diventato il modo più concreto di testimoniare il mio incontro e di dire il mio grazie a Colui che mi ha reso innanzitutto Sposa, poi moglie e poi madre.

Manuela Antonacci


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