giovedì 21 novembre 2019
  • 0
NEWS 13 agosto 2019    di Redazione
Mogli cattoliche tradizionali, quando la figlia invita la mamma a scrivere

La figlia diciottenne invita la mamma a prender carta e penna e dire la sua sul tormentone estivo del Timone sulle “mogli cattoliche tradizionali cercasi, modello 2019”. Oltre al ferro da stiro c’è di più… E tu cosa intendi per “moglie cattolica tradizionale”? Scrivi a redazionetimone@gmail.com  (no perditempo, massimo 3.000 battute spazi compresi).

Poiché mia figlia diciottenne mi ha invitato calorosamente e insistentemente a pensare a questo interessante argomento, non posso declinare l’invito. Chi sa mai che si offendesse… Quindi ci provo e penso (tra un pranzo e un compito delle vacanze) ai tre termini proposti: “moglie”, “cattolica” e “tradizionale”.

Se dovessi analizzare e tentare di compiere un ragionamento sul tema, la prima cosa che mi sovviene è che, contrariamente a quante donne temono quando si parla di famiglia e di femminile, la moglie cattolica tradizionale è innanzitutto “moglie”. Essere tali significa incarnare diverse persone in una: la donna, innanzitutto. Donna che compie una scelta coraggiosa (dati i tempi) e del tutto in-cosciente (dati i tempi). La donna che opta per sposarsi, va contro le mode: in tutto e per tutto è anticonformista. Se poi è figlia di genitori separati ed ha vissuto una scuola nella quale le insegnanti premono per “liberare” le giovani ragazze (spesso ancora bambine e adolescenti) dal giogo del legame con il maschio (che ovviamente è presentato come misogino e potenzialmente patriarcale), la donna che -testardamente- si lega a un uomo, vince tutta una serie d’ideologie che premono per la sua “liberazione” (ovvero prigionia). Quindi è pure furba: se tante donne spesso sole e munite di pregiudizi tanto forti, affermano che la libertà della donna è affermare se stessa prima di tutto il resto, capisce che magari c’è una nota sbagliata che stona l’armonia: quindi è acuta. E sospettosa. E fa bene a esserlo, poiché per essere mogli è bene sospettare di sentirsi “fragili”. La fragilità non è che un modo per vivere con prudenza i propri difetti, che sono tanti, ed è un modo per affermare di aver bisogno di essere in continua ricerca di migliorarsi aprendosi all’altro che ha bisogno di noi. Ed essere prudenti tocca le corde dell’umiltà di capire che essere mogli significa aver bisogno di completarsi con chi è diametralmente diverso da noi.

Ed essere umili vuol dire essere consapevoli che nel matrimonio ci sono tre persone che si legano: una è la moglie, l’altra è il marito e la terza è Gesù Cristo. Avere Costui come terzo significa sapere ed essere consci del fatto che si è fatta una scelta anticonformista, ribelle ma consapevole e che richiede sospetto della propria umiltà (io, ad esempio, credo sempre di essere un genio incompreso da mio marito, ma poi capisco che è lui che perdona i miei innumerevoli difetti e mi fa sentire perfetta per lui), della propria fragilità (legarsi anche a Gesù Cristo vuol dire spesso dire “non ce la faccio… aiutami Tu” frase che io dovrei pronunciare un milione di volte e invece faccio quella forte che può fare da sola, battendo poi delle sederate mostruose) e del bisogno di donarci a chi si fida di noi ciecamente e costantemente.

Essere mogli significa accogliere il proprio marito umilmente, con tanta fiducia nel Signore che unisce per un motivo ben lungi da essere quello della sdoganata felicità, ma sapendo che c’è una logica che a noi non è data comprendere, e che ci vuole far giungere al completamento della nostra persona.

Ecco perché, oltre che essere stata cresciuta cattolica, ho scelto consapevolmente di esserlo: malamente, fallendo spessissimo e stupendomi di quanta potenza ci sia nella Fede… Essere cattolica, per una moglie (o una futura moglie) è scorrere le parole dell’Humanæ Vitæ sentendosele dentro: palpitanti, giovani e freschissime (nonostante l’età: mia e dell’Enciclica) e, attraverso queste, farsi apostola, insieme con il marito, dell’immensità profetica delle parole di San Paolo VI che tanto oggi è in pericolo.

Essere moglie grazie alla immensa dotazione di testimonianze e documentazioni feconde come tutte quelle della Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II, magari spiegate e rese luminose dalle parole dell’ostetrica Flora Gualdani – fondatrice di Casa Betlemme e persona già in odore di santità, per quello che mi riguarda e credo riguardi molti – che cuce con amore infinito, addosso alla donna e alla sua vocazione ontologicamente materna, una veste di purezza e di perseveranza proprie di chi possiede un valore sociale fondamentale che deve essere riconosciuto dalla nostra cultura e dai nostri sterili tempi anaffettivi (“love is love” è “nothing is love”).

Il cattolicesimo possiede un valore inestimabile poiché nessuna Fede ama la donna in quanto tale, parimenti a tutta la Fede cattolica: quante donne sono prese ad esempio, a partire dalla Vergine Maria nostra Madre, nelle parole di Gesù? Quante donne possiedono un ruolo da protagoniste attive nella diffusione della Fede? Tante, tantissime: a partire da Maria che nutre il piccolo Gesù che è la stessa che lo “culla” deposto dalla croce (immagine alla quale sono affezionata e che mi commuove) a tutta una serie di sante, serene nel loro martirio in Cristo.

Essere cattolica significa esserlo senza aggettivi (ultra-cattolica, iper-cattolica eccetera) ma nella fiducia più profonda che mi spinge a frenare la mia voglia di essere attiva e combattiva, per affermare costantemente “Sia fatta la Tua volontà, non la mia” lasciandomi avvolgere dalla Sua forza paterna e infinitamente buona. E trasmettere questa Fede enorme attraverso le mie misere parole di donna che tenta di coinvolgere altre donne (sempre tenendo a mente gli insegnamenti della collega Flora Gualdani) nella cura verso la loro persona.

Ecco la tradizione, per me che ne ho vissuta poca, da bambina: i ritmi, le regole e i limiti, sono un modo di vivere la Fede nell’autentica libertà che porta al Bene. Quando ho incontrato l’opera di Flora Gualdani, e da sempre appassionata della Regola di san Benedetto, il motto “Ora, studia et labora” da lei coniato, è subito entrato nel mio modo di vedere le cose e organizzare la giornata. Ecco cosa significa seguire una tradizione, per me: ripercorrere un modo di vivere che non sia frutto di emozioni fugaci e momentanee, ma intarsiato nell’animo umano e nel suo spirito che tende al Bene.

La donna ha di fronte a sé una grande strada di maturazione verso la femminilità che la porti a essere sposa (dell’uomo o di Cristo), madre (biologica, adottiva, spirituale) e docile creatura nelle mani di Nostro Signore che solo a lei ha donato una forza meravigliosa e pura, e un esempio di grandiosità nella Madre Celeste. Con fatica. Ma con quanta gioia quotidiana?

Rachele Sagramoso


Potrebbe interessarti anche

 

Acquista il timone

 

Acquista la versione cartacea

Riceverai direttamente a casa tua il mensile di formazione e informazione apologetica, fede e ragione per non perdere la rotta

Acquista la versione digitale.

Se desideri leggere Il Timone direttamente dal tuo PC, da tablet o da smartphone. Articoli brevi e di facile lettura, per conoscere la verità dei fatti e capire la realtà.

 

Resta sempre aggiornato, scarica la nostra App: