mercoledì 11 dicembre 2019
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NEWS 15 agosto 2019    di Andrea Zambrano
Nadia, o della speranza e della fortezza

Ha ricevuto l’omaggio persino del presidente della Repubblica. Impossibile non parlare di Nadia Toffa allora, perché se il sentiment popolar-mediatico è rimasto colpito dalla sua drammatica storia, qualche cosa di buono ci dovrà pur essere. E a ben guardare di buono c’è molto in questa storia di tv e dolore, in questa strana vicenda di una giovane vita spezzata col sorriso sulle labbra.

Non sarà una santa, o meglio, non è giusto farne una santa da processo di beatificazione per eccesso di clic come qualche commentatore cattolico si è affrettato a imbastire in tutta fretta. Pesa ad esempio, e non sarebbe giusto tacerlo solo perché di chi se ne va bisogna sempre e solo parlare bene, quel dito medio rivolto al Family day in compagnia del gatto Fedez e della volpe J Ax. Fu doloroso e sprezzante, fu rivelatore di un odio verso la famiglia che non possiamo dimenticare. Ma che possiamo di cuore perdonare. Perché Nadia ha comunque molto amato. Ha amato ad esempio la sua malattia fino ad abbracciarla nel suo mistero pieno fatto di buio e di incertezze. L’ha abbracciata con valore, come si conviene ai guerrieri che di fronte al male hanno due strade: resistere o attaccare. Nadia ha fatto entrambe le cose. Non sappiamo se con la consapevolezza del credente praticante bacia-pilette-dell’acqua-santa. E forse non ci importa nemmeno. Di Dio parlava nei suoi post, ma sarebbe ridicolo oggi stare a fare l’esegesi sul come ne parlasse, quasi dovesse ottenere una patente di cattolicità che nemmeno sembrava aver chiesto.

Però, quando di lei scrivemmo più di un anno fa dopo che definì quel cancro qualche cosa da accogliere come un dono, dicemmo che Nadia Toffa era sulla buona strada verso un Padre che presto o tardi l’avrebbe abbracciata. Proprio perché peccatrice, come tutti, ma anche perché figlia bisognosa della sua misericordia.

Dicevamo, la buona strada. Il nostro, scritto dalle colonne del Timone, doveva essere solo un augurio e una preghiera come si conviene tra i fratelli. Oggi, lo possiamo dire perché la sua vita è stata una cartella clinica pubblica e trasparente, Nadia ci ha dato una grande testimonianza di due virtù nobili e fondamentali per la vita eterna: la speranza e la fortezza. Le abbiamo viste in lei, che forse nemmeno le avrebbe ricordate all’esame di catechismo, ma anche questo in fondo non importa perché Dio è più grande anche degli esami. Però le abbiamo viste ed è questo che scorgevamo nel suo sorriso luminoso, offuscato solo il 13 agosto dal sopraggiungere della sua morte: una speranza come antidoto al demone della disperazione, che il grande nemico vuole iniettare in chi è malato perché lui va in giro continuamente cercando chi divorare tra le sue prede. Una speranza come rimedio alla presunzione di farcela da soli perché “senza di me non potete fare nulla”.

E una fortezza, portata avanti con le sue due caratteristiche migliori: assalire il nemico e resistergli. Non è un caso che alla virtù della fortezza si opponga il vizio non solo della codardia, ma dell’indifferenza. Ecco, Nadia non è stata perfetta in vita – come ognuno di noi -, ma nella prova ha voluto mostrare pubblicamente che ad ucciderla non sarebbe mai stata l’indifferenza. E così è stato.


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