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NEWS 14 luglio 2016    
Nele sale del Kerala arriva il primo documentario sui martiri cristiani dell’Orissa barbaramente trucidati

Tra pochi giorni verrà proiettato in tre sale del Kerala, nella parte meridionale dell’India, il primo film-documentario sulle violenze contro i martiri cristiani di Kandhamal (nello Stato dell’Orissa). P. Ajaya Kumar Singh, noto attivista sociale che lavora tra i sopravvissuti delle violenze del 2008, ha spiegato a Matters India che il film “non solo cattura l’agonia delle persone, ma narra anche le loro peregrinazioni e la lotta per ottenere giustizia”.

Il film, dal titolo “Voce dalle rovine – Kandhamal in cerca di giustizia”, è diretto dal regista K P Sasi. Il lungometraggio dura circa 90 minuti e sarà proiettato in tre serate consecutive, dal 17 al 19 luglio, in altrettante città del Kerala: Thrissur, Kozhikode e Thiruvananthapuram, la capitale statale.

P. Singh ha spiegato l’importanza del documentario, che ripercorre le origini e le motivazioni delle violenze contro i cristiani dell’Orissa. Il distretto di Kandhamal, dove nell’agosto del 2008 è avvenuto il più atroce pogrom contro la comunità cristiana di tutta l’India, è abitato in prevalenza da tribali e dalit. L’odio contro la minoranza non è recente, ha spiegato l’attivista, ma risale almeno agli anni Sessanta, e si è manifestato in successive ondate di persecuzione negli anni ’80, ’90 e 2000.

Gli episodi più gravi però sono avvenuti nel 2008, in seguito all’uccisione dello swami Laxamananda Saraswati, che i radicali indù del Vhp (Vishwa Hindu Parishad) hanno addebitato ai cristiani nonostante i guerriglieri maoisti avessero ammesso la propria responsabilità. Il massacro dei cristiani che rifiutavano di convertirsi alla religione indù si è protratto per diversi mesi. I numeri delle violenze sono ormai accertati: quasi 100 persone uccise; 350 chiese e luoghi di culto distrutti; 56mila persone sfollate, costrette a abbandonare le proprie case e a rifugiarsi nella foresta, dove hanno sofferto la fame e l’indigenza; oltre 6.500 case rase al suolo; più di 40 le donne violentate, tra cui una suora.

Le vittime sono quasi tutte poveri dalit e tribali, ancora in attesa di giustizia. Mentre i criminali sono a piede libero, gli unici in carcere sono sette cristiani, detenuti con false accuse. Di recente un gruppo di avvocati, attivisti, intellettuali e scrittori ha creato un sito internet per dare loro sostegno e impedire che la causa delle vittime venga dimenticata.

Il regista ha dichiarato che il film tenta di “mostrare i problemi dei sopravvissuti, attraverso le loro voci e scene dedicate all’analisi delle origini storiche della violenza. Nel film si vede l’impatto della violenza sui vari strati delle comunità e la lotta dei sopravvissuti che chiedono giustizia”.

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