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NEWS 13 gennaio 2015    
«Nella prova bisogna guardare avanti, sicuri che Dio ci dà  la forza». La fede della vedova Calabresi

di Anna Pozzi

 

Sono passati più di quarant’anni da quel 17 maggio 1972, quando il commissario Luigi Calabresi veniva ucciso davanti alla porta di casa sua, in via Cherubini a Milano. Si disse, ricorda la vedova Gemma Capra, che «si era toccato il fondo. Ma era solo l’inizio». All’epoca, lei aveva solo 25 anni, due figli piccoli e uno ancora in grembo. La sua vita e quella della sua famiglia subirono una svolta brusca e violenta. Eppure, oggi, lei continua a parlare di fede e di speranza e a testimoniarle attraverso un’intensa vita di relazioni, improntata sulla gioia di vivere. E sul perdono. Un cammino che l’ha portata anche a incontrare e abbracciare, nel 2009 al Quirinale, Licia Pinelli, vedova del ferroviere precipitato dalla questura di Milano durante l’interrogatorio sulla strage di piazza Fontana.

Gemma, ma lei non ha mai provato odio?

«Nel momento immediato della tragedia no. Anzi, ho provato una tenerezza così forte, che veniva da fuori, non da me. Ho recitato un’Ave Maria con il mio parroco di allora per l’assassino di mio marito e soprattutto per la sua famiglia. Pensavo che avessero un dolore ancora più insormontabile del mio. Sono certa che in quel momento ho ricevuto il dono della fede. Sembra assurdo dirlo. Non ho avuto sentimenti di odio o di disperazione. Ero talmente pervasa di amore da parte di Dio, che è difficile da tradurre in parole. Ho sentito la sua presenza, la sua forza in me. Credo che quando parliamo di Spirito Santo sia proprio quello».

Le sarà però capitato nel corso della sua vita, se non di provare odio, almeno di avere sentimenti di ira, rabbia o sconforto…

«Certamente, ma ogni volta ho attinto a quel momento. So che Lui c’è, che esiste, che è lì. E allora mi calmo e guardo le cose da un altro punto di vista. Questo mi hai aiutato molto, anche negli anni successivi e nei momenti più difficili, specialmente durante il processo. Non sempre sono riuscita a mantenere così la mia fede. Ma sempre ho attinto a quel momento».

Si è mai chiesta “perché”? Perché proprio suo marito, perché proprio lei?

«Per molti versi la risposta può essere solo politica. Io non mi sono data una risposta, me ne sono fatta una ragione. E poi non mi sono mai chiesta perché è successo a me. C’è ben di peggio nel mondo. Ma perché hanno fatto questo a lui, sì. Una persona attenta agli altri e disponibile; cercava di capire la violenza, quello che capitava, voleva dialogare con quei ragazzi. Mi sembra che in quegli anni siano state uccise persone che, come lui, volevano in qualche modo fare da ponte. Penso a Tobagi, Alessandrini... Cercavano un dialogo e cercavano di stare in mezzo, sottraendosi alla logica dell’odio. Ma per questo erano anche più fragili...».

Nel necrologio per suo marito ha fatto scrivere la frase di Gesù: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Come è stato il suo cammino di perdono?

«Quando ho scelto quella frase mi sono detta che ero una credente, una cattolica praticante; dovevo fare mia quella frase, non solo scriverla. Dovevo fare un percorso di perdono. In quel momento non ero in grado di assumerlo veramente. È stato un cammino lunghissimo. Ancora oggi quando vedo le immagini di quel tempo, mi torna un po’ di rabbia, ma riesco a tenerla a bada e a ragionare. Devo dire che il fatto di aver intrapreso questo tipo di cammino e di aver cominciato a fare anche delle testimonianze pubbliche mi ha molto aiutata».

Chi l’ha accompagnata in questo percorso?

«All’inizio, soprattutto mia mamma, specialmente con l’esempio. Ma anche con il dialogo. Era una donna di grande fede e abbiamo sempre parlato molto. Quando vedo persone che non riescono a superare la rabbia che portano dentro, sono molto dispiaciuta per loro. Il perdono è un dono, ma anche qualcosa che si matura. Io lo faccio attraverso la fede. Le strade possono essere altre. Per me è stato una conquista».

È questo che ha cercato di trasmettere anche ai suoi figli?

«Da subito ho scelto di non educarli nell’odio e nel rancore. Ci saremmo persi tutti la gioia di vivere. Certo, mi sono resa conto che il mio posto nella vita era un altro rispetto a quello che avevo immaginato. Ma nella tragedia ho sentito anche che non ero sola. Che Dio era accanto a me. Questo mi ha dato grande forza, che non è di tutti i giorni, ma è lì e lo sai. È quello che ho cercato di trasmettere anche ai miei figli. E mi pare che tutti siano abbastanza pacificati. Il terzo, forse, è un po’ più “arrabbiato”; gli sembra di essere nato già deprivato di qualcosa».

Quanto l’ha aiutata in questo il suo secondo marito?

«Moltissimo. È un uomo buono e onesto, di grande umanità. Mi ha aiutata molto negli anni del processo e con i figli. Non ha mai voluto una dichiarazione violenta».

E gli altri? Avrà ricevuto critiche, ma anche molta solidarietà...

«Può sembrare paradossale, ma nel dolore ho scoperto gli altri. Ed è stata una bella scoperta, ma anche una scelta. Sin dall’inizio ho deciso che non solo personalmente, ma anche come famiglia non dovevamo chiuderci mai su noi stessi. Molte persone mi fanno sentire questo senso di comunione. Ecco perché ce l’ho fatta. Poi in questi ultimi anni ho cominciato a fare testimonianze pubbliche. È veramente uno scambio. Molti giovani mi dicono che do loro gioia di vivere».

In effetti lei trasmette un grande senso di speranza…

«Soprattutto educando i figli, ma anche insegnando a scuola, ho sempre insistito sulla necessità di non perdere la speranza, di non sentirsi soli. La nostra vita è nelle mani di Dio. E dobbiamo essere certi che Dio ci dà la forza. Con questa certezza dobbiamo guardare avanti. Capisco che specialmente i giovani oggi incontrano tante difficoltà, ma vorrei dire loro di non arrendersi, di continuare ad avere speranza».

 

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