mercoledì 26 febbraio 2020
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NEWS 6 giugno 2019    di Andrea Zambrano
Noa, e un’ipotesi che valesse la pena vivere

E’ inutile stracciarsi le vesti perché improvvisamente, una mattina, al bar, aprendo il giornale si è scoperto che una 17enne si è suicidata eutanasicamente – cioè con rigore e freddezza chirurgica – perché il male di vivere le era ormai insostenibile. L’idea del suicidio nasce aiutata anche da un ambiente, da familiari che accettano le scelte, ma anche da un Paese che la cultura della morte e dell’eutanasia l’hanno diffusa in maniera sistematica e burocratica. Noa Pothoven ha iniziato a morire quando il suo Paese ha acconsentito l’eutanasia attiva sui malati invalidanti e in stato vegetativo, poi su quelli gravi e infine sui depressi. Come lei, che dopo 3 stupri, non riusciva a “ripulirsi” da quel dramma e ha accarezzato e poi orchestrato il suo suicidio a suon di appelli social, libri e appelli su Instagram. Diventando un personaggio pubblico di un Truman show eutanasico che qualcuno avrebbe dovuto fermare in un qualche modo e non acconsentire con la scusa della tirannide della libertà.

Una volta che hai aperto le cateratte dell’eutanasia infantile – e in Olanda è sdoganata – una volta che hai accettato che il minotauro si mangi nel vuoto i suoi figli, decidere se Noa poteva o doveva o sarebbe stato suo diritto, e perfino dovere, morire, non ha più senso: è solo un vuoto dibattito di carte bollate, leggi da interpretare e burocratiche aspirazioni. No, Noa era già morta quando il suo Paese e quindi la cultura in cui ha vissuto le ha iniettato il veleno della morte tra le privilegiate vie d’uscita al male di vivere.

Che c’è sempre stato, come ci sono sempre stati gli stupri in tutte le civiltà. Quel che è mancato oggi in questa civiltà annientata dal fumo della morte come pratica d’ufficio è l’amore in cui i fragili erano immersi come in un liquido amniotico. Non ha nessun senso oggi che i Marco Cappato puntualizzino sulle “i” che quella di Noa non era eutanasia. Cappato lo dice perché quella del suicidio assistito è l’ultima frontiera della sua necrogena passione politica. Lo fa perché il suo obiettivo è rendere accessibile anche in Italia il suicidio assistito, proprio come in Olanda, cancellando quindi l’articolo 580 del codice penale e non finendo così in galera per il processo nel caso Dj Fabo.

Ed è su questo che – tra Rosari e Madonne – ci si dovrebbe aspettare al varco Salvini: nella denuncia di uno stato etico, nella difesa del baluardo di civiltà rappresentato da quell’articolo. Non ha senso la lotta politica se uno Zingaretti oggi può dire che l’Italia ha bisogno di una legge sull’eutanasia e poi commuoversi per la povera Noa, come fanno tutti i radical chic che si sono accorti dell’orrore e allora piangono lacrime di coccodrillo sul dolore che non è ascoltato. Ascoltare certo, come si deve fare.

Ma anche cercare insieme ciò che dà valore. Perché nella vita c’è ciò che dà valore e ciò che quel valore lo fa perdere. Come ha spiegato bene don Vincent Nagle al Timone. Proprio lui, che ha avuto la possibilità di stare vicino per un pezzo di strada a Dj Fabo. Lui sa che cosa vuoi dire “fare compagnia” a chi ha deciso di farla finita. «Se fossi stato vicino a Noa – ha detto – la avrei aiutata a cercare quei rapporti e quelle esperienze della sua vita che avevano creato un legame positivo in rapporto alla realtà. E poi le avrei chiesto se questo era ancora possibile. Se ne sarebbe valsa la pena provarlo».


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