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NEWS 3 gennaio 2015    
Non è il popolo (come invece oggi molti pensano) il soggetto che celebra la liturgia eucaristica. Ecco come e perchè tornare al santo sacrificio dell’altare

Per gentile concessione dell’editore, proponiamo alcuni stralci da uno dei numerosi saggi di cui si compone la bella e ricca raccolta a più mani, La sacra liturgia fonte e culmine della vita della e della missione della Chiesa, volume pubblicato a cura di dom Alcuin Reid da Cantagalli di Siena

 

di don Nicola Bux


Si deve ammettere che, spesso, Gesù Cristo è solo l’occasione per parlare d’altro: la pace, la solidarietà… Non lo si guarda con adorazione, né si pensa alle sue parole centrali, “Fate questo in memoria di me”, cioè all’Eucaristia, la sua presenza stabile, al fatto che ha voluto che ci sedessimo a mensa con lui, una mensa dolorosa, dominata dalla croce. Purtroppo vi contribuiscono anche non pochi teologi e sacerdoti. Nelle università teologiche e nei seminari circolano le opinioni, sono considerate tali anche la verità rivelata e il Magistero della Chiesa: molti pastori non sono capaci di indicare la differenza, quando non accade che insegnino l’opinabile invece di annunziare «apertamente la verità (1Cor 4,2)». Bisogna tornare al sacramento. Il sacramento non è esoterikós, cioè un libro, linguaggio o insegnamento riservato all’interno della Chiesa, sebbene secondo i Padri abbia un linguaggio e preveda un insegnamento di iniziazione riservata ai catecumeni e anche una mistagogia alla fede e alla dottrina, una “disciplina dell’arcano”, ma non è riservata ad eletti; infatti non vieta di rivelare ai non iniziati i principi e i riti della dottrina o religione cristiana, purché non siano curiosi che vogliano strumentalizzare in modo magico o peggio.

I vescovi italiani hanno riconosciuto come uno dei problemi sia la trasmissione del vero senso della liturgia, perché si constata che il sacramento non è compreso, quindi chiedono che si faccia una liturgia in grado di introdurre al mistero. Il fine prioritario è la rigenerazione del soggetto cristiano. Vi si frappongono due insidie teoriche: quella del neognosticismo per cui lo spirituale non può prendere carne, e quindi si può vivere pienamente senza cristianesimo; l’altra costituita da una sorta di primato dell’etica “minima comune” per tutti i popoli. Un’altra insidia pratica è la separazione tra fede e vita che si pensa di risolvere con l’impegno per la pace e i poveri, mentre la bioetica e il matrimonio pescano altrove. Secondo i “pensatori deboli”, oggi, ci possono essere solo delle interpretazioni della realtà, sulle quali sarebbe impossibile pronunciare un giudizio di valore, dal momento che esse non si riferiscono a nessun significato obiettivo.

Davanti al nichilismo che ci circonda, impariamo dal sacramento ad essere di fronte all’Essere e a lottare contro il nulla per la sua esaltazione; è questo il senso profondo dell’esposizione eucaristica. La sua risurrezione e la sua presenza hanno vinto il nulla, la conseguenza e il segno della sua vittoria è il suo popolo, la Chiesa. Non c’è educazione dell’uomo senza adorazione, cioè rapporto interpersonale con Dio. Non si dimentichi che da un lato la fede è formalmente un atto della ragione, dall’altro lato che la ragione se vuol essere fedele a se stessa ha bisogno della fede. Platone avvertiva la necessità di una rivelazione divina che aiuti la zattera della ragione. Chi adora il Signore è capace di guidare i giovani dentro l’enigma della realtà con la chiave del sacramento: esso racchiude e svela una realtà che possiede un’originaria intelligibilità e bontà e che la nostra ragione è capace di cogliere e di amare.

Adorare, lodare e ringraziare Dio e bearmi in lui. Che bella e dolce occupazione è quella di adorare Dio! Essa unisce il Creatore alla creatura con un forte e gioioso amore, e toglie i confini tra il cielo e la terra, tra il tempo e l’eternità.

L’adorazione attrae inevitabilmente come a suo centro il sacramento, in specie l’Eucaristia, che nella Chiesa fa incontrare la terra col cielo, l’uomo con Dio e con tutti i santi. Ad esso convergono le molteplici linee della vita della Chiesa sia quella attuale con le sue separazioni sia quella futura con le sue tensioni all’unità e alla comunione perfetta.

Adorare Cristo porta a fare scelte coraggiose: chiama al sacerdozio alcuni e alla vita consacrata, ma innanzitutto a vivere il Battesimo nella santità e questo porta ad annunciare ad altri la propria esperienza a tanti che non lo conoscono o vanno dietro i surrogati. Bisogna chiedere al Signore almeno una scintilla d’amore per la Chiesa, la Catholica madre dei santi. Ci vuole gente trasformata dall’incontro con Gesù: l’adorazione è l’incontro. I santi soltanto possono rinnovare l’umanità e nell’attesa della sua venuta prepararla con l’adorazione alla vita eterna.

[…]

La liturgia oggi non stimola la nostalgia del Tu divino, non aiuta a far emergere un io così, perché è privata della Sua presenza che riempie di silenzio – i tabernacoli vengono tolti dal centro e messi all’angolo o addirittura fuori della chiesa – e quindi, a chi poter dire: «Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio» (Is 26,8)? Il Desiderato delle genti non può essere trovato, perché non è più in chiesa. Poi, l’insistenza eccessiva sul “comunitario”, specialmente nelle celebrazioni dei sacramenti, ha oscurato il “personale”: così, il desiderio che spinge ogni uomo alla ricerca di Dio, non può sopravvivere, non si trasforma in domanda, cioè in preghiera.
«Se non vuoi avere paura, – dice sant’Agostino – metti alla prova il tuo io profondo. Non toccarne solo la superficie ma va in fondo al tuo essere e raggiungi gli angoli più reconditi del tuo cuore». Ma una gran parte di ciò che è più profondo nell’uomo rimane sepolto a causa dell’allontanamento da Dio: solo Cristo incarnato e risorto può svegliarlo, perché è permanentemente alla sua ricerca. Benedetto XVI spiega la ragione per cui Dio si è messo alla ricerca dell’uomo: «Egli viene incontro all’inquietudine del nostro cuore, all’inquietudine del nostro domandare e cercare». Per questo la liturgia deve mostrare la sua capacità di risvegliare l’io: se riesce a farlo, proverà la sua verità ed efficacia. Infatti, solo il divino, il sacro presente, Colui che è il senso ultimo delle cose, può salvare l’uomo, cioè preservarne e difenderne le dimensioni essenziali e il suo destino.

[…]

Accade anche oggi che il potere laico e talvolta anche ecclesiastico, non tolleri la religiosità vera, la vera devozione secondo san Francesco di Sales, perché la vede come un limite al suo possesso. La fede resta il gesto di libertà fondamentale e la preghiera è l’educazione costante alla libertà. Ecco l’importanza del tabernacolo, perché l’uomo impari ad aderire al Mistero da cui dipende.

Così il Mistero diventa sperimentabile e noi lo visitiamo, perché con Gesù il Mistero è diventato «presenza affettivamente attraente». Il Mistero presente si scopre in un incontro, come la persona amata. Egli è il Verbo Incarnato e il cardine della nostra salvezza (Caro salutis cardo). Il fatto che permane è il segno della Sua verità: senza il continuo riaccadere dell’Avvenimento cristiano non c’è possibilità di una libertà e di una comunione reale.
Ma vanno in giro alcune dottrine erronee: per esempio, si sostiene che il soggetto che celebra la liturgia è l’assemblea.

In verità solo Cristo è il protagonista e il soggetto della Messa nella quale è presente; è lui ad associare a sé “il popolo di Dio gerarchicamente ordinato”, cioè la Chiesa cattolica, che vive anche nel raduno locale di due o tre persone che, dal termine latino celeber (che vuol dire “frequentato”) si chiama celebrazione; si usano anche i termini rito […] per indicare l’azione sacra che si svolge secondo un ordine conforme a ciò che chiede la religione e cerimonia, che dal latino vuol dire “culto”, termine più ampio di “rito” e “liturgia”. Nella Messa il sacerdote agisce nella persona di Cristo capo del corpo che è la Chiesa. Il fatto che la Messa possa essere celebrata dal solo sacerdote corrisponde proprio a tale personificazione che culmina nell’offerta di sé: pochi o tanti che siamo, se non c’è l’offerta del mio corpo in sacrificio non v’è culto spirituale (cfr. Rm 12,1). Sul Golgota non erano rimasti solo Maria e Giovanni? E a Emmaus, non v’erano solo due discepoli? Si è arrivati a dire che la Messa senza popolo è un monstrum: ma, se ci trovassimo sotto persecuzione non dovrebbe il sacerdote celebrare da solo per non essere scoperto? E così i singoli fedeli? Sebbene la persecuzione sia lo stato ordinario della Chiesa, l’eccezione conferma la regola. Si è assolutizzata la Messa col popolo: ma, se popolo vuol dire una “massa di persone”, si salverebbero solo le messe domenicali, laddove fosse ancora alta la frequenza. Col presupposto del popolo, la messa si dovrebbe celebrare raramente, visto che alle messe feriali vi sono poche persone. Non si salverebbero nemmeno le comunità monastiche. Se la Chiesa è corpo mistico, vive anche in un solo fedele e in un solo sacerdote. Non è che per contrastare l’individualismo nella liturgia, si finisce per dimenticare il primato della persona sulla comunità? Quindi la Messa col popolo, non la si deve ritenere superiore a quella in cui il popolo non c’è o vi fossero poche persone. La Costituzione liturgica stabilisce che qualsiasi Messa ha una natura pubblica e sociale (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 7).

Paolo VI afferma che non si può «esaltare la messa cosiddetta “comunitaria” in modo da togliere importanza alla messa privata» (Mysterium Fidei).

Infine, la verità e validità della celebrazione – termine che taluni vogliono applicare ai fedeli, secondo il pensiero protestante per il quale la mediazione sacerdotale è esercitata anche dal popolo – non dipende dall’accostarsi di tutti alla Comunione: anche oggi, come in antico, la Messa vede presenti “scomunicati”, penitenti e catecumeni che non possono fare la Comunione.

Dunque, il soggetto celebrante non è l’assemblea, ma il Signore. Inoltre, si afferma che “la presenza di Cristo è mediata dall’assemblea riunita, dal sacerdote celebrante, dalla parola proclamata”.

La presenza del Signore non è solo mediata, come spiega la Costituzione liturgica del Vaticano II: «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche»: quindi, precede i mezzi dai quali è mediata seppure “in modo speciale” e attraverso cui si rende visibile «soprattutto sotto le specie eucaristiche» (Sacrosanctum Concilium, n. 7) del pane e del vino; questa presenza è definita come reale da Paolo VI, che si richiama al concilio di Trento, «non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia, perché è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente» (Mysterium Fidei). Non è tale nemmeno la Parola divina proclamata nella Chiesa. E ricorda pure che «Non è lecito […] insistere sulla ragione del segno sacramentale, come se il simbolismo […] esprimesse esaurientemente il modo della presenza di Cristo in questo sacramento» (Mysterium Fidei).

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