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NEWS 6 dicembre 2016    
Padre Johannes Maria, il rampollo di una famiglia di banchieri che a 20 anni ha scelto di farsi certosino

da Cartusialovers' blog

 

Cari amici, voglio oggi proporvi un’intervista rilasciata, nel 2005, ad un giornale tedesco, da un monaco certosino della certosa di Marienau.

Il religioso in questione è padre Johannes Maria di Augsburg, al secolo Manfred Hausser, nato l’8 luglio del 1965 e discendente di una nota e ricca famiglia di banchieri.

L’incontro avviene a seguito dello Spaziamento, a cui il giovane partecipa con non poca impazienza, poichè desideroso di ritornare alla quiete della sua cella monastica. Il silenzio e la solitudine sono una costante nella vita di questo giovane che ha scelto di aderire all’Ordine religioso il più austero della Chiesa Cattolica.

Una vita in silenzio

«Volevo una vita che mi conducesse nella profondità, e mi facesse arrivare a Dio. Trambusto e loquacità mi fanno male»-  Queste le parole di padre Johannes Maria, che aggiunge, «la questione della ricerca di Dio è andata gradualmente crescendo nella mia storia personale. Prima era una curiosità, dopo una ricerca, e ora un impegno per la vita». La decisione di unirsi all’Ordine certosino avvenne all’età di 20 anni alla fine del 1985, quando egli abbandonò gli studi in giurisprudenza, e tra lo stupore e l’incredulità della facoltosa famiglia, il giovane entrò nella certosa tedesca di Marienau. Quando fece ingresso al Noviziato era in compagnia di 10 giovani, di cui soltanto due hanno poi conseguito la professione solenne.

La vita nel monastero non è facile. Non c’è il riscaldamento in inverno, ma solo una piccola stufa a legna in ogni cella. Lì, nella cella, in completo silenzio e nella solitudine, fatta di digiuni, preghiera, lavoro e breve riposo notturno. Anche se gli estremi in certosa non vengono accettati, coloro che praticano estremi digiuni ed anche coloro che non dormono a sufficienza vengono allontanati. Si richiede un equilibrio difficile da raggiungere. A questo proposito il Maestro del Novizi aggiunge: «Dopo tre anni trascorsi nella cella non si può far finta di nulla, deve rendersi conto fino a che punto si è disposti a spendere la propria vita alla ricerca di Dio». «In un tale confronto con se stessi, solo colui che ha una incrollabile vocazione alla solitudine può perseverare», dice, in caso contrario, «la solitudine ed il silenzio diventano un inferno».

In certosa non c’è tempo per la pigrizia. La vita quotidiana di un monaco è chiaramente definita. Nella sua struttura di base, ci sono i tempi per la preghiera e per gli intervalli di due o tre ore, anche di notte. Durante il giorno, il monaco ha a sua disposizione nella sua cella un giardino privato ed anche un laboratorio per il lavoro. Padre Johannes ci racconta di aver realizzato al tornio alcune conchiglie di legno per ornare il suo orticello, inoltre nella propria cella ogni monaco deve tagliarsi la legna necessaria per alimentare la stufa. Egli ci dice inoltre che «l’Ordine è come una mamma che si prende cura di me, e sembra incredibile ma non ho mai percepito la sensazione di avere del tempo vuoto». Ho effettuato da novizio gli studi di Teologia qui in monastero, difatti la certosa di Marienau ha ereditato la grande biblioteca della vecchia “Rottenburger”dal vescovo Georg Moser.

«Le opere di intrattenimento e leggere, sono state da noi donate, abbiamo conservato la letteratura seria, la cui consultazione è consentita ai monaci. Nonostante la nostra clausura, riceviamo un giornale della diocesi, con notizie dal mondo. È grazie ad esso che il Priore comunica alla comunità le varie intenzioni di preghiera, e ciò che accade nel mondo», dice il maestro dei novizi. «Abbiamo inoltre una cappella all’esterno, nella quale è consentito l’accesso a tutti i fedeli che lo desiderano, aperta a tutti i visitatori, anche alle donne, la cui visita è vietata nel monastero». Solo due volte l’anno, genitori e fratelli dei monaci possono venire a fare visita in certosa ed eventualmente assistere alle funzioni liturgiche dalla tribuna posta in Chiesa. Si conclude questa testimonianza, con la considerazione che l’aspettativa di vita dei monaci che vivono in certosa, complice il regime alimentare puramente vegetariano, è in media di 82 anni e almeno dopo circa 50 anni di silenzio e vita claustrale si verrà sepolti nella nuda terra avvolti nell’abito e con il cappuccio cucito in una fossa senza nè nome ne date.

Si congeda Dom Johannes Maria: «Una vera provocazione per chi è disposto a perdersi in Dio è la vita come certosino. Un avventura senza limiti che chiunque che ama Dio con tutto il cuore può intuire».

 

da Chartreux.org

La solitudine

Noi certosini condividiamo alcuni valori monastici con gli altri monaci contemplativi, per esempio l’ascesi (veglie e digiuni), il silenzio, il lavoro, la povertà, la castità, l’obbedienza, l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, l’umiltà. Altri, invece, ci sono propri.

La prima caratteristica essenziale della nostra vita è la vocazione alla solitudine, alla quale siamo chiamati in modo speciale. Il monaco certosino cerca Dio nella solitudine.

«Il nostro impegno e la nostra vocazione consistono principalmente nel dedicarci al silenzio e alla solitudine della cella. Questa è infatti la terra santa e il luogo dove il Signore e il suo servo conversano spesso insieme, come un amico col suo amico. In essa frequentemente l'anima fedele viene unita al Verbo di Dio, la sposa è congiunta allo Sposo, le cose celesti si associano alle terrene, le divine alle umane». (Statuti 4.1)

La solitudine è vissuta a tre livelli :

1. la separazione dal mondo
2. la custodia della cella
3. la solitudine interiore, o del cuore

1. La separazione dal mondo si realizza mediante la clausura. Usciamo dal monastero solo per lo spaziamento (passeggiata settimanale). Non riceviamo visite e non esercitiamo alcun apostolato all’esterno. Non abbiamo né radio, né televisione nel monastero. È il Priore che riceve le notizie e comunica ai monaci ciò che non devono ignorare. Vengono così a crearsi le condizioni necessarie perché si sviluppi quel silenzio interiore che permette all’anima di restare viglie alla presenza di Dio.

2. La Cella è un eremo con una sua struttura propria che garantisce al Certosino una solitudine il più possibile completa assicurandogli comunque le necessità primarie. Ogni cella consiste in una casetta a un piano circondata da un giardinetto: qui il monaco trascorre da solo gran parte della giornata, per tutta la vita. Per via della solitudine ognuna delle nostre case è anche detta deserto o eremo.

3. La clausura e la custodia della cella assicurano però solo una solitudine esteriore. Questo è soltanto un primo passo che cerca di favorire la solitudine interiore o la purezza di cuore: allontanare dalla propria mente tutto ciò che non è Dio o non conduce a Dio. È a questo livello che il Certosino si scontra con i capricci della propria immaginazione e le oscillazioni della propria sensibilità. Fintantoché il monaco discute con il proprio "io", con la propria sensibilità, con i propri pensieri inutili, con i suoi desideri irreali, non è ancora centrato su Dio. È qui che fa conoscenza della propria fragilità e della potenza dello Spirito e che apprende a poco a poco ad avere «…familiare quel tranquillo ascolto del cuore che lascia entrare Dio da tutte le porte e da tutte le vie» (Statuti 4.2)

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