mercoledì 13 novembre 2019
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NEWS 1 novembre 2019    di Giuliano Guzzo
Perchè i ragazzi simpatizzano per liberal e sinistra

Ha fatto un certo, comprensibile clamore la notizia, ripresa anche dal Timone, secondo cui «il 70% dei Millennial [americani, ndR] probabilmente voterà socialista e che un Millennial su tre percepisce il comunismo come “favorevole”». Tanta simpatia politica non solo per lo schieramento politico di sinistra, ma addirittura per il comunismo ha infatti superato – è il caso di dirlo – le più cupe previsioni. Eppure tutto ciò potrebbe avere, a ben vedere, una spiegazione abbastanza semplice.

Quale? I giovani guardano con favore le politiche di sinistra anche estrema semplicemente perché seguono…l’esempio dei professori. Ma sì, proprio così. D’altronde, il legame tra maggiore istruzione – che non significa, si badi, automaticamente maggior cultura – e orientamento ideologico di sinistra non è certo nuovo. Fanno testo, a tal proposito, le osservazioni dell’economista Thomas Piketty, il quale ha osservato – per restare sul versante americano – che alle presidenziali del 2016 solo il 45% delle persone che si sono diplomate al liceo (senza poi fare il college) hanno votato per Hillary Clinton, rispetto al 70% di coloro che hanno conseguito un master e al 75% di quelli con dottorato di ricerca.

Una tendenza, ha rilevato Toby Young sullo Spectator, in continuo consolidamento. Basti ricordare che un sondaggio di Harris, quest’anno, ha scoperto che il 61% degli americani tra i 18 e i 24 anni ha avuto una reazione positiva alla parola «socialismo», rispetto al 58% che ha reagito positivamente alla parola «capitalismo». Numeri che fanno eco ad un sondaggio Gallup nel 2018, che aveva rilevato che come il 45% degli americani tra i 18 e i 29 anni veda il capitalismo favorevolmente, in calo rispetto al 68% nel 2010.

Ma torniamo alla politicizzazione del mondo scolastico e universitario. Si tratta di una realtà che ha chiare responsabilità da parte dei docenti e che da una parte si riversa nell’indottrinamento degli studenti e, dall’altra, nella riduzione al silenzio di quanti invece hanno un’altra idea: ben il 73% degli studenti repubblicani – ha scoperto un sondaggio su 1.000 giovani ad opera di College Pulse – ha rifiutato di esprimere le proprie opinioni politiche in classe per paura di penalizzazioni in pagella. Un timore purtroppo fondato dato che la politicizzazione scolastica e accademica è tale, oggi, che per chi – in America come in Europa – solo osa smarcarsi dal nuovo bigottismo accademico, di matrice liberal e progressista, sono guai. Docenti inclusi. Qualche esempio?

Si pensi al sociologo Mark Regnerus, che l’università del Texas, qualche anno fa, mise formalmente sotto indagine (poi scagionandolo) per un suo studio, che rivelava un’ovvietà divenuta pericolosissima da affermare: i bambini crescono meglio con papà e mamma, perché non è vero che le famiglie sono tutte uguali. Oppure si guardi venendo a cronache più recenti, a Germund Hesslow, professore di neurofisiologia all’università di Lund, in Svezia, finito anch’egli sotto inchiesta per aver parlato delle differenze biologiche tra i sessi. Le cronache più recenti riferiscono invece di Philippe Soual, insegnante francese di filosofia in diverse università, che si è visto cancellare un corso perché accusato da un’associazione studentesca di essere un pro family.

Tutto ciò, chiaramente, non interessa solo i campus americani. Anche in Italia infatti esiste una pericolosa politicizzazione accademica. Lo prova un sondaggio dello scorso anno eseguito su 766 bocconiani: venne fuori che per il 23 per cento di essi la forza politica preferita era +Europa, il minuscolo partito eurofilo guidato dall’abortista Emma Bonino.  Com’è possibile che una forza politica elettoralmente minima possa godere, alla prestigiosa università Bocconi, delle simpatie di uno studente universitario su quattro? E’ l’ideologia, bellezza. Quella colta e istruita, s’intende. Che però sempre ideologia resta.

 


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