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NEWS 22 ottobre 2014    
Più Barack Obama e il suo governo calpestano la religione, più gli Stati Uniti diventano religiosi
Interessante dare un’occhiata ogni tanto a quanto accade negli Stati Uniti. Un tempo gli spiriti comunisti vedevano  in essi il principale nemico all’ideologia statalista dell’omologazione sociale. Fallito fortunatamente il tentativo, oggi che la battaglia l’hanno spostata in favore dell’omologazione sessuale (omo-sessuali), l’odio è stato trasformato in amore e l’America di Barack Obama è diventata improvvisamente il “paese dei diritti civili”.

Eppure le cose non sono così lineari. Un recente sondaggio del prestigioso “Pew Research Center”, in vista delle elezioni di medio termine del prossimo 4 novembre, ha rilevato che la popolazione americana desidera una maggior influenza della religione nella politica. Il 72% ritiene infatti che la religione stia perdendo influenza nella vita sociale e politica e la maggioranza di essi la vede come una cosa negativa, addirittura il 49% vorrebbe che le chiese esprimessero (di più) le loro opinioni sugli argomenti politici. Circa 6 punti percentuali in più rispetto alle elezioni di medio termine del 2010. Il 41% pensa che le espressioni di fede dei leader politici siano “troppo poche” e addirittura un 32% vorrebbe che le chiesa partecipassero in prima linea al sostegno dei candidati a cariche politiche.

A questo proposito, la Corte Suprema americana ha decretato nel maggio scorso che iniziare un’assemblea in municipio con una preghiera non è affatto incostituzionale, è un’attività civica che non intende discriminare i non credenti (la stessa Corte introduce i lavori in questo modo). Tornando al sondaggio: i cosiddetti “nones”, cioè i “non religiosamente affiliati”, sono invece molto più propensi ad opporsi alla mescolanza di religione e politica. È interessante notare però che il 30% dei “nones” sono tra coloro che considerano la perdita di influenza di religione un fattore negativo e sono d’accordo che il mondo politico dovrebbe includere punti di vista influenzati dalla convinzioni religiose. L’analisi ha rilevato anche un declino di 5 punti percentuale tra i favorevoli al matrimonio omosessuale (49% a favore e 41% contrari), ancora presto per sapere se sia l’inizio di un’inversione di tendenza. In ogni caso, il 50% degli americani considera l’omosessualità un peccato (il 45% un anno fa) e quasi la metà degli adulti statunitensi (49%) pensa che aziende come catering e fioristi dovrebbero essere autorizzate a rifiutare le coppie dello stesso sesso come clienti se ciò contraddice la loro posizione religiosa o etica.

Infine, Byron Johnson, professore emerito di Scienze Sociali presso la Baylor University, dove è anche co-direttore del Baylor University’s Institute for Studies of Religion, si è opposto ai “racconti mediatici distorti” circa l’avanzare della secolarizzazione. Secondo i suoi dati la generazione Millennials (o nuova generazione, i nati tra gli anni ’80 e 2000), come la stragrande maggioranza degli americani, si considera religiosa e i tassi di frequenza in chiesa recuperano una volta essi si sposano e hanno bambini. Inoltre, molti di coloro che non frequentano regolarmente la chiesa sono soprattutto gli anziani, i quali però riportano costantemente alti livelli di impegno religioso. Infine, il numero di atei in America è rimasto stabile al 4% dal 1944.

Un punto di vista inedito sugli Stati Uniti, per qualcuno potrà essere positivo, per altri no. Personalmente non ci ha entusiasmato più di tanto. Certo, è interessante questo bisogno dell’autorità di un riferimento morale nelle scelte del Paese ed è importante che la Chiesa abbia la libertà di esprimersi nella società civile e riesca ad essere ascoltata, così come è positivo il bisogno che sia rispettata la libertà religiosa delle persone. Ma la secolarizzazione non ci ha mai spaventato, anzi rende questo periodo storico molto affascinante per noi credenti e poco ci interessa che la religione venga usata come bagaglio culturale di un Paese (come se fosse la bandiera o l’inno nazionale), per cui i personaggi pubblici debbano sentirsi in dovere di “dimostrare” la loro appartenenza religiosa. O la fede la si vive intensamente e la si usa come parametro per giudicare la realtà, oppure non serve a nulla. Tanto meno sventolarla come garanzia di “buon costume”.

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