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NEWS 18 luglio 2015    
Questa è l’unica, vera, grande avventura della vita: la salvezza

 

 

di Antonio Socci

 

Ci sarebbe da gridare di gioia, col cuore che scoppia, a sentire la promessa che ci ha fatto Gesù: risorgeremo! E torneremo – eternamente giovani – alla casa del Padre, nel suo abbraccio, arriveremo finalmente alla patria perduta e troveremo infine la felicità che tanto abbiamo cercato e vivremo lieti sotto nuovi cieli e in una nuova terra, come vide l’evangelista:

Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci» (Ap 21,1-5).

E nulla andrà perduto e coloro che abbiamo amato e ogni istante di gioia e di bellezza della vita terrena, tutto ci sarà restituito per sempre: «Puoi essere certo che nell’ultimo giorno le ceneri sollevate dallo Spirito obbediranno all’ordine di ritrovarsi. E tu rivedrai tua figlia con in mano ciliegie e nasturzi; e tuo figlio che legge un giornale nel giardino in cui si stende il bucato; e la tua giovane moglie la cui gota sarà dolce come il mattino» (Francis Jammes, Feuilles dans le vent, Parigi 1913, cit. in Fabrice Hadjadj, Farcela con la morte, Cittadella, Assisi [G] 2009,, p. 122)

 

I corpi risorti e glorificati dei salvati – spiega san Tommaso d’Aquino – parteciperanno di questa incontenibile felicità con l’anima che «avrà l’appagamento del suo desiderio con il possesso di tutti i beni» ed «essi si serviranno dei sensi per godere di quelle cose».

Il benedettino Eadmero di Canterbury (XII secolo) arriva ad affermare che i risorti avranno «tutto quello a cui gli uomini aspirano, ossia bellezza, rapidità, forza, libertà, salute, voluttà e eternità di vita».

Più sobriamente, nel capitolo finale della Città di Dio, sant’Agostino annuncia con parole semplici: «Egli sarà il compimento di tutti i nostri desideri». Ma chi può avere una vaga idea di quella «ineffabile soavità»? Dice un monaco medievale: «[Il Signore] è quanto ci sia di più bello da contemplare, di più desiderabile da vedere, colui in cui gli angeli aspirano a sprofondare il loro sguardo».

Per averne un’idea bisognerebbe interpellare i mistici che del suo volto glorioso – per grazia – hanno potuto gustare un solo istante. E allora la risposta che avremmo è quella di santa Teresa d’Avila: la vera morte, per loro, è quella di non poter morire e non potersi immergere subito in quell’oceano di felicità.

Dopo un’estasi meravigliosa, vissuta il martedì di Pasqua 1571 a Salamanca – aveva appena ascoltato il canto Quest’occhi miei ti vedano, o dolce Gesù buono – Teresa scrisse la bellissima poesia Desiderio del cielo che ha questa premessa: «Vivo, ma in me non vivo, e tanto è il ben che dopo morte imploro che mi sento morir perché non mòro». Ed ogni strofa si conclude conqueste parole: «Mòro, perché non mòro».

Tuttavia perfino ciò che ci dicono i mistici delle loro estasi è ancora nulla, perché molto di più ci è promesso. Come dice sant’Antonio da Padova: «O anima Cristiana, se sarai fedele nella prova terrena, un giorno vedrai quel che mai occhio umano contemplò. Per te, infatti, è detto nella Scrittura: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono nel cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano!”. Allora sarà veramente sazio il tuo occhio, perché vedrai Colui che tutto vede… sarai pieno di delizia nel corpo e nell’anima glorificati».

Ci è promessa infatti la divinizzazione e nessuno può immaginare o dire cosa significhi partecipare alla divinità, perché «Dio è al di sopra di quanto noi possiamo dire o pensare di Lui» (San Tommaso d’Aquino.

Ecco sant’Ireneo: «Il Verbo di Dio, Gesù Cristo Signore nostro, nella sua immensa carità, si è fatto ciò che noi siamo per elevarci a ciò che Lui è».

E san Tommaso d’Aquino: «L’unigenito Figlio di Dio, volendoci partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura e si fece uomo per fare di noi da uomini dèi».

Tuttavia Dio ha voluto che fossimo liberi di accettare o rifiutare il suo amore e il suo dono di Sé: «L’amore di Dio» dice don Barsotti «si rivela precisamente in questa alternativa divina: o una partecipazione alla vita divina o l’esclusione eterna!».

È in questa vita terrena che decidiamo liberamente il nostro destino eterno. San Francesco di Sales lo spiega molto chiaramente: «Considerate che, uscita dal corpo, l’anima si avvia per la sua strada, a destra o a sinistra. Ahimè, dove andrà la vostra? Che cammino terrà? Non altro che quello che ha iniziato in questo mondo».

L’Inferno c’è, è un supplizio eterno ed è terribile, come più volte ripete Gesù nel Vangelo e come ci conferma la testimonianza dei mistici che è davvero spaventosa (si può leggere santa Faustina Kowalska o santa Teresa d’Avila).

L’Inferno è la stessa privazione di Dio, che è la Felicità, l’Inferno è il trovarci (per nostra volontà) nelle mani di Satana.

Interrogato da Vittorio Messori sull’assenza dell’Inferno nelle catechesi e nelle omelie domenicali, l’allora cardinal Ratzinger rispose: «Il fatto è che oggi tutti, anche nel clero, ci crediamo talmente buoni da non poter meritare altro che il Paradiso. Siamo impregnati di una cultura che, a forza di alibi e di attenuanti, vuol togliere agli uomini il senso della loro colpa, del loro peccato. Lo osservi: tutte le ideologie della modernità sono unite da un dogma fondamentale. E, cioè, la negazione di quella realtà che la fede lega all’Inferno: il peccato».

C’è una famosa pagina di Paul Claudel che già suonava l’allarme: «Una cosa mi turba profondamente ed è che i sacerdoti non parlano più dell’Inferno. Lo si passa pudicamente sotto silenzio. Si sottintende che tutti andranno in Cielo senza alcuno sforzo, senza alcuna convinzione precisa. Non dubitano nemmeno che l’Inferno sta alla base del cristianesimo, che fu questo pericolo a strappare la Seconda Persona alla Trinità e che la metà del Vangelo ne è piena. Se io fossi predicatore e salissi in cattedra, proverei in primo luogo il bisogno di avvertire il gregge addormentato dello spaventoso pericolo che sta correndo».

Pochi lo sanno, ma san Francesco d’Assisi proprio questo fece. Oggi ridotto a banale figurina ecologista e pacifista, il grande santo umbro in realtà con tutta la sua forza richiamò gli uomini del suo tempo alla drammaticità del loro destino all’incombente pericolo della dannazione eterna.

Nella sua lettera A podestà, consoli, magistrati e reggitori dei popoli, per esempio, li richiamò al primo dovere di tutti, la salvezza dell’anima:

Ricordate e pensate che il giorno della morte si avvicina. Vi supplico allora, con rispetto per quanto posso, di non dimenticare il Signore, presi come siete dalle cure e dalle preoccupazioni del mondo. Obbedite ai suoi comandamenti, poiché tutti quelli che dimenticano il Signore e si allontanano dalle sue leggi sono maledetti e saranno dimenticati da Lui. E quando verrà il giorno della morte, tutte quelle cose che credevano di avere saranno loro tolte. E quanto più saranno sapienti e potenti in questo mondo, tanto più dovranno patire le pene nell’Inferno.

Arrivava a scrivere:

Siete tenuti ad attribuire al Signore tanto onore fra il popolo a voi affidato, che ogni sera si annunci, mediante un banditore o qualche altro segno, che siano rese lodi e grazie all’onnipotente Signore Iddio da tutto il popolo. E se non farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione [cfr. Mt 12,36] a Dio davanti al Signore vostro Gesù Cristo nel giorno del giudizio.

Del resto lo stesso Cantico delle creature, oggi considerato erroneamente un inno ecologista, si conclude con il drammatico ammonimento di morire in grazia di Dio per evitare l’Inferno e poter godere del Paradiso:

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente po’ skappare: guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte seconda no ’l farrà male: Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate et serviateli cum grande humilitate.

Questa è l’unica, vera, grande avventura della vita: la salvezza.

 

Da Avventurieri dell'Eterno (Rizzoli, Milano 2015) per gentile concessione dell'editore

 

 

 

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