venerdì 20 settembre 2019
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NEWS 7 giugno 2018    di Giulia Tanel
Sara Magister a caccia del vero Matteo di Caravaggio

Nel dipinto di Caravaggio (Michelangelo Merisi, 1571-1610) conservato presso la chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, chi è Matteo? O, meglio, chi è il “vero” Matteo?

Sara Magister, storica dell’arte, ha appena dato alle stampe Caravaggio. Il vero Matteo (Ed. Campisano), che apre nuovi scenari sull’interpretazione del quadro della Vocazione di san Matteo e, quale conseguenza, anche sulla figura – spesso resa in maniera poco fedele alla realtà – di Caravaggio.

Il Timone ha posto alcune domande all’Autrice.

Dottoressa, il suo libro su Caravaggio è appena uscito: ha già avuto qualche riscontro?

«La prima presentazione l’ho fatta il 31 maggio a Roma e, durante l’incontro, i critici chiamati a relazionare e il pubblico si sono dimostrati molto favorevoli ad accogliere le argomentazioni che ho portato, in certi casi da loro definite incontrovertibili. Per quanto riguarda le possibili obiezioni, gli storici dell’arte non hanno ancora controbattuto, ma d’altronde il libro è appena uscito».

Potrebbe riassumere, per i nostri Lettori, quali sono gli aspetti più innovativi da lei portati nel testo?

«Per prima cosa ho ricostruito, su basi filologiche e documentarie, il contesto in cui l’opera è stata creata. In particolare, mi sono soffermata sulla committenza e quindi sui possibili destinatari, per analizzare al meglio il messaggio che si voleva loro dare. Rispetto alla committenza, è stato interessante rilevare come la committenza per realizzare la cappella sia passata, nel 1599, dagli eredi di quel cardinal Contarelli che aveva originariamente voluto quella cappella come suo luogo di sepoltura, alla congregazione di San Luigi dei Francesi (oggi Pii stabilimenti), il cui compito era – ed è – di amministrare le chiese francesi presenti a Roma. Questo è un dato importante, perché significa che il fine ultimo dell’opera passa dalla celebrazione di una singola persona a un’occasione di catechesi pubblica, per i pellegrini francesi che sarebbero venuti a Roma per il Giubileo del 1600. Catechesi per cui Caravaggio veste i suoi personaggi con gli abiti della sua epoca, per rendere il modello evangelico ancora più efficace».

In quel tempo, com’erano i rapporti tra Roma e la Francia?

«Era un periodo abbastanza difficile, per via dell’editto di Nantes del 1598 e delle difficoltà rispetto alla sempre maggiore influenza dei protestanti. Questo però aiuta a comprendere i temi riportati nel ciclo pittorico dedicato a San Matteo: quello della conversione, quello dell’importanza dei sacramenti e, anche, quello della validità del Vangelo».

In che senso questo può aiutare?

«Sulla conversione-vocazione c’era un contrasto di visioni tra i protestanti e i cattolici, quindi li fatto che la scelta iconografica sia differente rispetto alla tradizione è un dato importante. Grazie a un’intuizione ho identificato Matteo con il ragazzo chino, anziché con la persona barbuta che viene normalmente indicata. Una volta individuato Matteo, mi sono chiesta perché la scena raffigura un momento precedente alla sua risposta positiva al Signore, al passaggio dal peccato alla Grazia. La risposta che mi sono data è ancora legata ai protestanti: per i cattolici c’è certamente la Grazia che chiama, ma c’è anche il libero arbitrio della persona nel rispondere; per i protestanti, invece, c’è solo la predestinazione, è Dio che decide chi dannare e chi salvare. Quindi, nel quadro di Caravaggio si mette il punto sul libero arbitrio nel momento della conversione. Matteo, infatti, è raffigurato nel momento in cui è chiamato a scegliere tra i soldi e la voce di Gesù».

Rispetto all’uso della luce, cos’ha potuto sottolineare?

«Caravaggio faceva un uso attento di cosa mettere in evidenza, appunto tramite la luce. Nella Vocazione, la luce punta sui soldi che Matteo sta raccogliendo… e questo lo pone di fronte all’evidenza: deve scegliere. Il fatto che Matteo sceglierà di seguire Gesù è anticipato dal Merisi attraverso il dettaglio dalla gamba dell’apostolo: essa, oltre a essere orientata verso l’esterno, è a sua volta illuminata».

I pellegrini riuscivano a comprendere tutto questo, guardando l’opera?

«Una volta era chiaro che il fine dell’arte era quello di insegnare e si sapeva guardare con occhio spirituale, cosa che oggi abbiamo perso. Tre prove di questo sono le poesie dell’epoca, il fatto che le opere sono ancora lì (se non fossero state chiare, sarebbero state tolte) e i testi delle prediche quaresimali del periodo, che rendevano comprensibile al pubblico certi concetti della chiesa tridentina e le diatribe con le chiese protestanti».

Quando c’è dunque stato l’impasse della critica nel riconoscere la figura di san Matteo?

«Già nel Seicento alcuni biografi del Merisi hanno frainteso tutto. Tra questi il tedesco Sandrart che, a distanza di anni da quando era stato a Roma, scrive di Caravaggio riportando in maniera distorta molte informazioni e afferma che, nella tela della Vocazione, Matteo si indica, pieno di vergogna per essere lui ad essere chiamato. A seguire, ne Vite de’ pittori, scultori e architecti moderni (1672), il Bellori descrive la tela aspettandosi una scena tradizionale di conversione e con l’obiettivo di criticare Caravaggio per il suo stile oscuro e sostiene che san Matteo è quello che si pone la mano sul petto e risponde all’apostolato. Queste due recensioni, e alcune riprese del quadro del Merisi fatte poi dai caravaggeschi nordici protestanti, hanno creato l’inghippo della critica».

Pensa che ora i tempi siano maturi affinché la sua tesi venga accolta?

«Fino ad ora, l’ipotesi da me formulata era emersa solamente in alcuni articoli brevi. Nessuno aveva mai argomentato in maniera più completa, guardando i documenti, approfondendo la committenza e soprattutto inserendo la Vocazione di San Matteo all’interno dell’intero ciclo Contarelli, che è composto da tre opere tra loro collegate, e dando anche una lettura più oggettiva del Merisi, indebitamente considerando da alcuni un “criptoprotestante”. La critica dovrà prendere atto dei dati che ho portato, anche se magari non corrispondono al cliché più commerciale di Caravaggio».


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