domenica 21 aprile 2019
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NEWS 2 aprile 2019    di Raffaella Frullone
Se questa è famiglia

«Potrebbe essere stato un percorso non convenzionale a far venire alla luce questa neonata, ma i suoi due papà non potrebbero essere più felici. Così come la nonna, che li ha portati nel grembo e partoriti, e la zia, che ha donato gli ovuli per il concepimento». Così la CNN racconta la storia di Uma Louise, nata lunedì 25 marzo a Omaha, in Nebraska. Come fosse una bella favola con il lieto fine. Peccato che questa bimba non abbia affatto due papà, ma è stata portata in grembo dalla mamma di suo padre. Sostanzialmente è nata da un incesto avvenuto in laboratorio e regolamentato da un contratto. «Ci sono modi creativi e unici per costruire una famiglia», avrebbe dichiarato, secondo la CNN, «uno dei due padri».

Ma è creatività o dittatura del desiderio? Tutto è partito da due uomini, Matthew Eledge, 32 anni, ed Elliot Dougherty, 29 anni, che desideravano un figlio: per questo hanno percorso l’unica via possibile, quella dell’utero in affitto, pratica che prevede che il bimbo sia concepito in laboratorio per conto di un committente, spesso una coppia di uomini, ma anche una coppia uomo-donna. Qualcuno la chiama “surrogazione” perché la pratica si regge su una donna, detta “surrogata”, disponibile a portar il bimbo in grembo per poi cederlo, appena nato, a chi lo ha commissionato. A quel punto si è fatta avanti la mamma di Matthew, Cecile, 61 anni, in menopausa da dieci: «Ho pensato che se potevo fisicamente farlo, l’avrei fatto».

Subito dopo è partita la ricerca di una “donatrice” di ovuli, ricerca durata pochissimo poiché si è subito proposta Lea, sorella di Elliot, venticinquenne fresca della sua seconda gravidanza. I suoi ovuli sono stati quindi fecondati con il seme di Matthew e gli embrioni impiantati nell’utero della “mamma/nonna”. Eppure, la dottoressa che li ha seguiti nel processo di “surrogazione”, Carolyn Maud Doherty, ostetrica, ginecologa ed esperta in tecniche riproduttive, ha commentato «che dopotutto non era un’idea così folle».

E così il processo è partito. Inizialmente il seme di Matthew è stato congelato per sei mesi «così poteva essere controllata la presenza di eventuali virus come l’Hiv», riferisce BuzzFeed News; due mesi dopo Lea ha iniziato le stimolazioni per la “donazione” di ovuli: circa due dozzine quelli estratti, undici dei quali inseminati, sette gli embrioni che si sono sviluppati. A quel punto, spiega sempre BuzzFeed News «la coppia ha deciso di pagare un extra per i test genetici che avrebbero permesso di capire quali embrioni avevano la possibilità di sviluppare un bambino sano, dopo questi test sono rimasti tre embrioni». Nulla si dice rispetto agli altri quattro, evidentemente eliminati senza pensarci. «Ora uno di questi è qui – spiega di nuovo Matthew Eledge – e gli altri sono congelati nel caso volessimo allargare la famiglia».

Come se non fosse già allargata, verrebbe da dire. Come se tutto questo fosse normale. Impressiona l’indifferenza attorno a vicende come queste, sempre più comuni nel loro delirio di onnipotenza, specie dopo tre giornate in cui per poter parlare di famiglia – senza aggettivi, perché la famiglia è una sola – è stata necessaria la protezione della polizia. Ma davvero possiamo metterci a discutere di metodo? Davvero c’è un metodo sbagliato di dire no a questo abominio? E se ce n’è uno giusto o migliore, perché non se ne vede traccia e si sente solo un assordante silenzio?

 


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