sabato 25 maggio 2019
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NEWS 12 dicembre 2018    di Giuliano Guzzo
Sempre più presepi in barca. Con la sacra famiglia icona dei migranti

E’ troppo tardi, non ci si può fare più nulla. Ormai l’idea che il presepe sia la riproduzione delle classica famigliola di migranti si è saldamente radicata in settori significativi del mondo cattolico. Per questo, dopo la scoperta che dal Vaticano partono missive al saluto di «in Cristo Migrante» (notare la m maiuscola, quasi a elevare la migrazione a caratteristica divina), stupirà fino ad un certo punto la notizia che, presso la Casa della Carità di via Brambilla, a Milano, si sia allestito un presepio con Maria, Giuseppe e Gesù Bambino a bordo di un gommone circondato dalle onde del mare (vedi foto in alto).

Una scelta, quella di archiviare la tradizionale grotta o stalla, non molto originale (già lo scorso anno a Castenaso, paese alle porte di Bologna, la Sacra Famiglia era stata piazzata su un canotto, vedi foto a sinistra), ma chiaramente voluta. Dalla Casa della Carità hanno infatti spiegato che questo loro allestimento marittimo è espressamente «ispirato al Vangelo di Luca e in particolare al verso ‘Per loro non c’era posto’, che si riferisce alla circostanza per cui Maria e Giuseppe non erano stati accolti nell’albergo dove cercavano riparo per fare nascere il bambino». Cosa c’entri la traversata di un gommone col dato evangelico degli alberghi pieni che, quella celebre notte di 2000 anni fa, non poterono ospitare Giuseppe e Maria non è affatto chiaro. Ma, pazienza.

Per tentare di spiegare meglio, don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità, ha affermato: «Siamo convinti che la Natività sia una storia di straordinaria contemporaneità, che continua a parlare al nostro presente. Per questo, nel Presepe allestito all’esterno, abbiamo ripreso la frase del Vangelo di Luca, per riflettere su quanto accaduto a Maria e Giuseppe, che in cerca di un riparo per la notte, si sono sentiti rispondere ogni volta che per loro posto non ce n’era». Non è che questo chiarimento chiarisca poi molto ma, come si diceva all’inizio, anche se non va bene, ormai, va bene così. Tocca farsene una ragione. E pensare che basta una conoscenza anche sommaria per capire come il presepe con la povertà e la disperazione dei migranti c’entri poco.

Tanto per cominciare, perché la tesi di di Gesù Bambino «povero» non regge. Infatti, se ci fosse stata tutta questa attenzione alla povertà, san Giuseppe – come ironicamente notava il cardinal Biffi (1928-2015) – ai Magi avrebbe dovuto rispondere: «L’oro non lo possiamo accettare, perché è segno di ricchezza e contamina chi lo dà e chi lo riceve» (Il quinto evangelo, ESD, Bologna 2008, p. 21). Ma è noto che questo non avvenne. L’inconsistenza della povertà di Gesù è inoltre suffragata da un altro elemento, vale a dire il censimento che costrinse anche Giuseppe e Maria a compiere un viaggio, che tutto era fuorché una migrazione.

Infatti quel censimento non era, come si potrebbe supporre oggi, una rilevazione statistica della popolazione, bensì una registrazione della proprietà terriera e immobiliare per tassarla a favore dell’impero romano. Se a ciò si aggiunge che da siffatta registrazione erano esclusi le donne e i nullatenenti, ne consegue che, se Giuseppe – che non risulta affatto fosse disoccupato, anzi – era in viaggio, proprio spiantato non dovesse essere. Senza dimenticare che appare pure plausibile ritenere Gesù Bambino addirittura di origini nobili: il padre, Giuseppe, era infatti «figlio di Davide» (Mt 1,20) e la madre, Maria, era, molto probabilmente, appartenente alla stirpe di Aronne per la sua stretta parentela con Elisabetta senza dover escludere antenati davidici.

Si può dunque condividere l’importanza cristiana dell’accoglienza – anzi, è doveroso farlo – anche e sopratutto nei confronti dei forestieri e degli affamati. Ci mancherebbe. Ma pretendere di attualizzare il presepe come icona di una famiglia a bordo di un gommone, prima che un segno di scarso rispetto verso la Tradizione, questa sconosciuta, appare una dimostrazione di scarsa conoscenza storica. Del resto, se siamo davvero convinti che il Vangelo indichi la vera via dell’accoglienza, non dovremmo aver bisogno di stravolgerne la narrazione, tanto più che essa si presenta ricca e dettagliata. Basta studiarla.


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