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NEWS 23 luglio 2016    
«Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà  di me peccatore». Una preghiera di istituzione divina

da I. Brjancaninov, «Preghiera e lotta spirituale», ed. Gribaudi

 

La Filocalia rappresentò, quando uscì nel XVIII secolo, un evento importantissimo per la vita cristiana. Dinanzi al trionfare dell'illuminismo, segnò la scelta di tutta una Chiesa per la Rivelazione e la Tradizione autentica contro una visione di fede troppo intellettualistica e filosofica. Dio non è astratto; Egli si rivela e conversa con gli uomini nella nostra carne (Bar 3, 37; una realissima conoscenza e comunione con Lui è possibile.
 
Come? Attraverso la preghiera, e in special modo quel pregnante tipo di preghiera che è la preghiera di Gesù; tale la tesi di fondo di questa ricca, sostanziosa e luminosa raccolta di testi che vanno dal IV al XV secolo. Ma la «preghiera di Gesù» non è qualcosa di a sé stante. Essa si basa sul mistero inconfondibilmente e unicamente cristiano della incarnazione, che stabilisce nella persona del Cristo - l'unione ineffabile fra Dio e la creatura. Gesù, cioè, in quanto «consanguineo» con il credente, prega in lui, compiendo l'opera della redenzione. Per questo La Filocalia inquadra la «preghiera di Gesù» in un'ottica ampia, articolata e di grande profondità, dominata da un costante richiamo alla sobrietà e all'ascesi: tema, quest'ultimo, particolarmente attuale in un'epoca di spiritualità molte volte epidermica. Riproposta oggi - epoca di confusione ideologica e religiosa, e di paralisi della ragione - la Filocalia può favorire quel fortissimo recupero di fede rigeneratrice da tutti auspicato.
 
La formula
 
La preghiera di Gesù si dice in questo modo: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore. In origine, la si diceva senza la parola peccatore; questa è stata aggiunta più tardi alle altre parole della preghiera. Tale parola esprime la coscienza e la confessione della caduta, che bene si applica a noi, come fa notare Nil Sorskij, e piace a Dio, che ci ha comandato di rivolgergli preghiere con la coscienza e la confessione del nostro stato di peccato.

Tenendo conto della debolezza dei principianti, i Padri li autorizzano a dividere la preghiera in due parti e dire talora: Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me, peccatore, e talaltra: Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore. È solo un permesso, una concessione, e non è per nulla un ordine o una prescrizione che si deve assolutamente osservare. È molto meglio infatti utilizzare costantemente la stessa formula per intero, senza preoccuparsi di cambiarla, rischiando di distrarsi. Anche chi, a motivo della propria debolezza, prova il bisogno di alternare le formule non deve permettersi di farlo troppo spesso. Si può, per esempio, utilizzare una metà della preghiera fino al pasto di mezzogiorno e l'altra metà nel seguito della giornata. Gregorio Sinaita sconsiglia i cambiamenti frequenti: «le piante continuamente trapiantate non mettono radici».
 
Istituita da Cristo
 
Pregare facendo uso del Nome di Gesù è un'istituzione divina: è stata introdotta non tramite un profeta o un apostolo o un angelo, bensì dal Figlio stesso di Dio. Dopo l'ultima cena, il Signore Gesù Cristo diede ai suoi discepoli dei comandamenti e dei precetti sublimi e definitivi; fra questi, la preghiera nel suo Nome. Egli ha presentato questo tipo di preghiera come un dono nuovo e straordinario, d'inestimabile valore. Gli apostoli conoscevano già in parte la potenza del Nome di Gesù: per suo mezzo guarivano le malattie incurabili, sottomettevano i demoni, li dominavano, li legavano e li cacciavano. E' questo Nome potente e meraviglioso che il Signore comanda di utilizzare nelle preghiere, promettendo che agirà con particolare efficacia. «Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio Nome», dice ai suoi apostoli, «la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio Nome, io la farò» (Gv 14.13-14). «In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio Nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio Nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16.23-24).
 
Il Nome divino
 
Che dono meraviglioso! È il pegno dei beni eterni e infiniti. Esso proviene dalle labbra del Dio che, pur trascendendo ogni imitazione, ha rivestito un'umanità limitata e ha preso un nome umano: Salvatore. Quanto alla sua forma esterna, questo Nome è limitato; ma, poiché rappresenta una realtà illimitata - Dio - riceve da lui un valore illimitato e divino, le proprietà e la potenza di Dio stesso. «Generoso donatore di un dono prezioso e incorruttibile! Come possiamo noi, miserabili peccatori quali siamo, ricevere questo dono? Non le nostre mani, né la nostra mente e neppure il nostro cuore ne sono capaci. Insegnaci tu stesso a conoscere, nella misura delle nostre possibilità, la grandezza di questo dono, il suo significato, e come bisogna riceverlo e farne uso, affinché non ci avviciniamo a esso in modo indegno e subiamo un castigo a motivo della nostra folle temerarietà, ma, grazie alla comprensione e all'uso corretto che ne facciamo, possiamo ricevere da te gli altri doni che hai promesso e che tu solo conosci».
 
La pratica degli apostoli
 
Negli Evangeli, negli Atti e nelle Lettere noi vediamo la fiducia senza limiti che gli apostoli avevano nel Nome del Signore Gesù e la loro infinita venerazione nei suoi confronti. È per suo mezzo che essi compivano i segni più straordinari. Certamente non troviamo nessun esempio che ci dica in che modo essi pregassero facendo uso del Nome del Signore, ma è certo che lo facevano. E come avrebbero potuto agire diversamente, dal momento che tale preghiera era stata loro consegnata e comandata dal Signore stesso, dal momento che questo comando era stato loro dato e confermato a due riprese? Se la Scrittura tace a questo proposito, è unicamente perché questa preghiera era di uso comune: non v'era dunque nessuna necessità di menzionarla espressamente, dato che era ben nota e che la sua pratica era generale.
 
Un'antica regola
 
Che la preghiera di Gesù sia stata largamente conosciuta e praticata risulta chiaramente da una disposizione della chiesa che raccomanda agli analfabeti di sostituire tutte le preghiere scritte con la preghiera di Gesù. L'antichità di tale disposizione non lascia spazio a dubbi. In seguito, essa fu completata per tener conto della comparsa all'interno della chiesa di nuove preghiere scritte. Basilio il Grande ha steso quella regola di preghiera per i suoi fedeli; così, certuni gliene attribuiscono la paternità. Senz'altro, però, essa non è stata né creata né istituita da lui: egli si è limitato a mettere per iscritto la tradizione orale, esattamente come ha fatto per la stesura delle preghiere della liturgia. Quelle preghiere, che esistevano a Cesarea già fin dai tempi apostolici, non erano scritte, ma si trasmettevano in forma orale, allo scopo di proteggere quel grande atto liturgico dai sacrilegi dei pagani.
 
I primi monaci
 
La regola di preghiera del monaco consiste essenzialmente nell'assiduità alla preghiera di Gesù. È sotto questa forma che tale regola viene data, in maniera generale, a tutti i monaci; è sotto questa forma che è stata trasmessa da un angelo a Pacomio il Grande, vissuto nel IV secolo, per i suoi monaci cenobiti. In questa regola si parla della preghiera di Gesù allo stesso modo in cui si parla della preghiera domenicale, del salmo 50 e del simbolo della fede, cioè come di cose universalmente conosciute e accettate. Quando Antonio il Grande, che visse fra il III e il IV secolo, esorta i discepoli ad esercitarsi con il più grande zelo nella preghiera di Gesù, ne parla come di qualcosa che non ha bisogno del minimo chiarimento. Le spiegazioni relative a questa preghiera apparvero più tardi, a mano a mano che se ne perdeva la conoscenza viva. Così, un insegnamento dettagliato sulla preghiera di Gesù fu dato dai Padri del XIV e XV secolo, allorché la sua pratica prese a scomparire anche fra i monaci.

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La chiesa primitiva
 
Non v'è dubbio che l'evangelista Giovanni insegnò la preghiera di Gesù a Ignazio e che questi, in quel periodo fiorente del cristianesimo, la praticava al pari di tutti gli altri cristiani. In quel tempo tutti i cristiani imparavano a praticare la preghiera di Gesù: anzitutto per la grande importanza di questa preghiera, quindi per la rarità e il costo elevato dei libri sacri ricopiati a mano e per il numero ridotto di quanti sapevano leggere e scrivere (gran parte degli apostoli erano analfabeti), infine perché questa preghiera è di facile uso e ha una potenza e degli effetti assolutamente straordinari.
 
Il pastore di Erma
 
«Il Nome del Figlio di Dio», disse un angelo a Erma, discepolo immediato degli apostoli, «è grande, infinito e regge tutto il mondo. Se ogni creatura è sorretta dal Figlio di Dio, che ti pare di quelli che sono chiamati da lui e portano il suo Nome e camminano nella via dei suoi comandamenti? Vedi, dunque, chi sostiene? Quelli che con tutto il cuore portano il suo Nome. Egli è divenuto il loro fondamento e li regge con amore, poiché non si vergognano di portare il suo Nome.

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Il potere del Nome
 
La forza spirituale della preghiera di Gesù risiede nel Nome del Dio-Uomo, il nostro Signore Gesù Cristo. Benché siano molti i passi della sacra Scrittura che proclamano la grandezza del Nome divino, tuttavia il suo significato fu spiegato con grande chiarezza dall'apostolo Pietro dinanzi al sinedrio che lo interrogava per sapere «con quale potere o in nome di chi» egli avesse procurato la guarigione a un uomo storpio fin a a nascita. «Allora Pietro, pieno di Spirito santo, disse loro: “Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo e in qual modo egli abbia ottenuto la salute, la cosa sia nota a voi tutti e a tutto il popolo d'Israele: nel Nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d'angolo. In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati”» (At 4.7-12) Una tale testimonianza viene dallo Spirito santo: le labbra, la lingua, la voce dell'apostolo non erano che strumenti dello Spirito.

Un altro strumento dello Spirito santo, l'apostolo dei gentili, fa una dichiarazione simile. Egli dice: «Infatti, chiunque invocherà il Nome del Signore sarà salvato» (Rm 10.13). «Gesù Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil 2.8-10).

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