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NEWS 9 gennaio 2018    
I tre grandi pericoli della legge sulle Dat

di Monsignor Corrado Sanguineti*

Giovedì 14 dicembre il Senato ha approvato in forma definitiva la Legge sul “fine vita”, che introduce la figura delle Dat (Disposizioni anticipate di trattamento), senza nessuna modifica rispetto al testo licenziato dalla Camera, nonostante le osservazioni critiche mosse da varie associazioni e da diversi soggetti. L’approvazione di una tale legge, alla fine della legislatura, non è una buona notizia, anche se in molti l’hanno salutata come conquista di libertà e di civiltà.

Come vescovo e come cittadino italiano, rilevo tre grandi pericoli, insiti nella Legge e nella sua futura applicazione, pericoli che ledono beni fondamentali della persona e di una società che sappia davvero rispettare la dignità dell’uomo.

1) Il pericolo di introdurre nel nostro ordinamento legislativo la possibilità di forme d’eutanasia, soprattutto omissiva, che potrebbero essere configurate come volontà precedentemente espresse nelle DAT: viene meno il principio dell’indisponibilità della vita, in nome di un’assoluta autodeterminazione dell’individuo, e risulta oscurato il criterio del “favor vitae”.

2) Il pericolo, molto reale, di trasformare il medico in un mero esecutore di disposizioni altrui, minando quell’alleanza terapeutica, che è il luogo primo in cui operare, con coscienza e competenza, il giusto e corretto discernimento tra eutanasia/abbandono terapeutico, mai giustificato, e accanimento terapeutico altrettanto inaccettabile. Si profila, inoltre, un attentato alla libertà di coscienza del medico stesso, poiché nel testo della Legge, non si fa accenno chiaro alla possibilità dell’obiezione di coscienza, da parte degli operatori sanitari.

3) Il pericolo di favorire una mentalità individualista, dove chi è in condizioni di malattia, allo stadio terminale, o di gravi menomazioni, in nome della pretesa assenza di una “qualità della vita” e in nome di una volontà manifestata, quando la persona era sana e padrona di sé, sia sostanzialmente lasciato solo, con l’interruzione eventuale anche dell’idratazione e dell’alimentazione artificiali, classificate nel testo di Legge, sempre alla stregua di terapie che possono essere sospese.

Purtroppo una legge dello Stato tende a creare una mentalità, com’è accaduto per le leggi sul divorzio e sull’aborto, e temo che questa legge, se non sarà modificata nella prossima legislatura, favorirà la penetrazione di una mentalità eutanasica, ben nascosta e camuffata sotto l’idea, in sé condivisibile, del rifiuto dell’accanimento terapeutico, e di un’immagine di libertà per la quale spetta al soggetto di scegliere, in modo assoluto, a quali trattamenti medici essere sottoposto. Infine, l’approvazione di questa Legge, anche con il voto di parlamentari cattolici, suscita qualche interrogativo che non dobbiamo avere paura di considerare.

E’ mancato un linguaggio unico e chiaro dei cattolici impegnati in politica

Una prima domanda riguarda la presenza dei cattolici impegnati in ambito politico: com’è possibile che in un ambito così rilevante, sotto il profilo morale i cattolici presenti in Parlamento, in differenti schieramenti politici, non siano stati capaci di un linguaggio unico e chiaro, e di un’azione condivisa per migliorare la Legge? Sarebbe stato necessario evitare l’approvazione del testo attuale che apre obiettivamente a pratiche di eutanasia, più o meno mascherata, e rischia di affidare ai tribunali eventuali contenziosi tra medici curanti e pazienti. Una seconda domanda riguarda la Chiesa che è in Italia e noi Vescovi: forse, in questi mesi, in queste ultime settimane, è mancato il coraggio di un giudizio più esplicito e circostanziato sui contenuti di questa legge, che hanno una rilevanza morale, e toccano beni essenziali della persona. Nella giusta condanna dell’accanimento terapeutico, forse rischiamo di non trasmettere un messaggio altrettanto chiaro circa il rifiuto di ogni forma d’eutanasia, e circa l’importanza decisiva di salvaguardare l’alleanza terapeutica medico-paziente e di assicurare un vero accompagnamento a chi si avvicina al morire. (…)

*vescovo di Pavia (fonte)


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