bologna
Chiesa perseguitata
Iraq, i cristiani sotto attacco
Il ritorno della guerra in Medio Oriente ha riaperto vecchie ferite e molti cristiani stanno nuovamente pensando di abbandonare la regione
12 Marzo 2026 - 12:15
(Ansa)
Dal 28 febbraio la città di Erbil, in Iraq, è stata presa di mira da più di 100 droni e missili. In particolare il 4 marzo il complesso abitativo “Beato Michael McGivney” dell’arcidiocesi cattolica caldea di Erbil ha subito un violento attacco di droni. Il complesso ospitava diverse famiglie cristiane. Un missile ha poi colpito la chiesa che si trova a soli 500 metri dall’aeroporto internazionale e anche un convento vicino appartenente alle Figlie caldee di Maria Immacolata.
Durante la sera dello stesso giorno un attacco ha danneggiato l’edificio di Ankawa, il distretto della città a maggioranza cristiana nel nord dell’Iraq. «Fortunatamente, l’edificio era stato in gran parte evacuato diversi giorni prima a causa della sua vicinanza con l’aeroporto internazionale di Erbil», si legge in una dichiarazione dell’arcidiocesi. L’edificio - anch’esso in parte finanziato da Aiuto alla Chiesa che Soffre - ospitava alcuni collaboratori della diocesi, giovani famiglie precedentemente sfollate e studenti dell’Università. In tutti i casi non sono state segnalate vittime. John Neill, collaboratore di lunga data e coordinatore del progetto per l’arcivescovo Warda, ha dichiarato che la comunità è stata profondamente sconvolta dall’attacco: «Siamo molto preoccupati e scioccati. La guerra è così indiscriminata. È miracoloso che nessuno sembri essere stato ferito. Preghiamo lo Spirito Santo per aiutare a proteggere tutti».
«L’abbiamo visto già altre volte. Ogni volta che c’è una violenza o una guerra a soffrire e a pagare il prezzo più alto sono sempre gli innocenti», ha detto l’arcivescovo caldeo di Erbil, Bashar Matti Warda. Dopo aver ricordato gli otto anni di guerra vissuti in Iran, ha poi dichiarato: «Ogni volta i vecchi ricordi tornano, le vecchie ferite ricominciano a sanguinare e la paura si diffonde nella comunità». Si riaccendono i timori dei cristiani che si pongono una questione in particolare: «Non è solo una questione di preoccupazione per la situazione presente. Le persone continuano a chiedere: ci sarà un futuro dopo tutte queste ondate di violenza?», racconta l’arcivescovo. «Il messaggio è per noi come Chiesa è sempre lo stesso», annuncia coraggiosamente l’arcivescovo, «dobbiamo essere forti. Forti nella nostra fede. Forti nella speranza. E Dio che è stato con noi durante tutti questi anni di violenza continuerà a guidarci e condurci verso la salvezza».
Fadi Issa, il rappresentante internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre nel nord dell’Iraq, ha segnalato che la situazione della sicurezza nel Paese sta peggiorando rapidamente. Il ritmo dei lanci di missili e droni contro Erbil si è intensificato negli ultimi giorni. Alcuni sono stati intercettati dai sistemi di difesa aerea, ma altri sono caduti ad Ankawa soprattutto vicino a chiese ed edifici residenziali. Le comunità cristiane di Ninive sono preoccupate di una possibile escalation memori dello «spostamento forzato del 2014», riporta Issa, «e la gente potrebbe ricominciare a considerare la migrazione».
Già alcuni cristiani provenienti dalle pianure di Ninive che vivevano a Erbil hanno iniziato a tornare nelle loro città di origine, temendo nuovi attacchi sulla capitale. Molte famiglie hanno mantenuto case in città a maggioranza cristiana come Qaraqosh e Karmles mentre vivono in Kurdistan dopo essere fuggite dall’invasione del Mosul e delle pianure di Niniv da parte dello Stato islamico nel 2014.
«Siamo ancora una volta in un momento in cui preghiamo per la solidarietà e il sostegno dei nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo, che questi tempi di violenza e guerra finiscano e che il nostro popolo sofferente possa ancora avere la possibilità di tornare a una vita di pace e dignità», ha detto ancora l’arcivescovo Bashar Warda di Erbil in una dichiarazione. L’arcidiocesi ha poi incoraggiato i cristiani di tutto il mondo «a ricordare e pregare per le molte persone emarginate in Iraq, compresa la piccola e ancora minacciata minoranza cristiana che lotta per rimanere nella loro terra natale».










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