Giustizia
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«Io, magistrato e pro life, al referendum voto Sì. È in gioco una battaglia anche antropologica»
«I sostenitori del No sono molto compatti, diamoci da fare». Parla Pino Morandini, giurista e storico attivista pro life e pro family
20 Marzo 2026 - 00:05
Pino Morandini (Imagoeconomica)
Il 22 e 23 marzo - cioè domenica e lunedì - saremo chiamati alle urne, attraverso un referendum confermativo (o costituzionale) - che non richiede un quorum di partecipazione per essere valido – a confermare, appunto, o a respingere «il testo della legge costituzionale Nordio- Meloni concernente 'Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare' approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025. La vexata quaestio che sta dividendo il paese con accesi dibattiti politici è proprio il cuore di questa riforma costituzionale ovvero l'inserimento in Costituzione del principio della "separazione delle carriere" dei magistrati giudicanti (i giudici) e requirenti (i pubblici ministeri). È una separazione giusta? E perché? Sulle pagine del Timone di marzo (qui per abbonarsi) abbiamo già affrontato il tema intervistando Luca Palamara, colui che più di tutti ha accusato "il sistema" che domina la magistratura. Oggi torniamo sull'argomento parlandone con Pino Morandini, magistrato, storico fondatore del Movimento per la Vita trentino (già vicepresidente del MpV nazionale) e vicepresidente del Family Day.
Dottor Morandini, oltre essere esponente pro life lei è giurista e un magistrato del Tar. Come mai ha deciso di sposare la causa del Sì al referendum di domenica e lunedì prossimo? «Proprio come giurista e come pro life sono convintamente per il sì, tanto più mi sento chiamato in causa per un dovere morale essendo un giurista perché è in gioco non solo una civiltà giuridica ma anche una questione antropologica. È in gioco una civiltà giuridica perché è il giusto processo sancito con le modifiche del ’99 dalla Costituzione all’art.111 che prevede che le parti siano appunto equidistanti davanti ad un giudice terzo e imparziale che assicuri appunto il giusto processo. Il giusto processo previsto da quell’articolo della Costituzione va completato, nel senso che bisogna garantire che il magistrato giudicante cioè colui che assolve o che condanna sia equidistante rispetto alle due parti. Deve cioè essere, ma anche apparire imparziale. E perché appaia anche imparziale il cittadino abbia la certezza che questo sia sancito. Bisogna intervenire strutturalmente con norme, in questo caso norme costituzionali per garantire e completare questo giusto processo previsto all’articolo 111 della Costituzione. Naturalmente per fare questo bisogna evitare quella cultura della commistione tra giudice giudicante e pubblico ministero che molte volte ha pervaso i dibattimenti giudiziari».
Ci può fare qualche esempio? «Si pensi che il 76% di richieste di detenzione vengono accolte dal giudice che deve giudicare la causa e accolte prima del dibattimento, e solo il 26% dopo che sono state vagliate nel dibattimento. Quindi c’è un appiattimento del giudice, del magistrato giudicante rispetto alle tesi del pubblico ministero assolutamente evidente. Non solo, ma ben il 94 % delle richieste di intercettazione telefonica che fa il pubblico ministero vengono accolte dal magistrato giudicante. Questa riforma della giustizia separa le carriere, non solo le funzioni già separate dalla riforma Vassalli ma le carriere, perché oggi al consiglio superiore della Magistratura siedono sia magistrati giudicanti sia pubblici ministeri e questo sistema crea una sorta di “promiscuità”».
Un’altra tesi del No è quella secondo cui ai cittadini - con particolare riferimento ai tempi lunghi della giustizia dei processi - questa riforma non andrebbe ad apportare alcun beneficio concreto. Come rispondere? «È vero che non interviene direttamente sulla lentezza dei processi, ma porterà di fatto un’accelerazione perché con l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare anche questa super partes e non soggetta più alle pressioni delle correnti arriveranno controlli ed erogate sentenze realmente corrispondenti ai comportamenti non corretti da parte dei magistrati nell’esercizio della loro professione. È chiaro che questo evidentemente metterà più sull’attenti i magistrati che cercheranno di accelerare ad esempio i processi o di depositare tempestivamente le sentenze, eccetera. Poi c’è un’altra questione importante».
Quale? «Se il giudice che deve giudicare vaglia le prove che gli ha dato il pubblico ministero prima del dibattimento e rinvia a giudizio solo se ci sono sufficienti e probabili ragioni di colpevolezza, in questo modo i processi si riducono moltissimo perché il 50% dei processi sono risolti con l’assoluzione perché, fino ad ora, molto facilmente il magistrato giudicante ricevendo passivamente le accuse del pubblico ministero rinviava a giudizio, se invece le vaglia prima, fa una cernita e non rinvia a giudizio cause che non meritano di essere portate a processo, quindi si snellisce la macchina giudiziaria».
Cosa risponde a chi dice che questa riforma comporterà un assoggettamento della magistratura all’esecutivo? «Chi dice questo non ha letto né la riforma, né la Costituzione, negli articoli che disciplinano la Magistratura che la Costituzione definisce “ordine” e non “potere”. Cito il primo comma dell’articolo 4 che dice che “la Magistratura è ordine indipendente”. Questo comma non è toccato dalla Riforma».
Se la riforma della giustizia passasse, ci sarebbero dei vantaggi anche per i pro life? Quali? «Come pro life e come magistrato mi sento coinvolto in questa questione. Ci sono state sentenze “creative” da parte della Magistratura che ha esondato dall’alveo suo che è quello dell’applicazione della legge che è quello della sottoposizione alla legge soltanto. Invece ha esondato e invaso campi che spettano solo al Parlamento. Pensiamo ad Eluana Englaro assistita dalle suore misericordine di Lecco e che rispondeva a tutti gli stimoli a livello fisico, ebbene, con una sentenza della prima sezione civile della Cassazione dell’ottobre del 2007, la Cassazione ha detto che il tutore può decidere di sospendere idratazione ed alimentazione nei soggetti come Eluana. Con quella sentenza la Cassazione ha capovolto totalmente il favor vitae che aveva sempre pervaso sia la Costituzione che l’ordinamento giuridico di cui è filo conduttore. Non a caso qualche anno dopo è intervenuta la legge sulle disposizioni anticipate di trattamento secondo cui idratazione e alimentazione sono addirittura “terapie”».
Inizialmente i sondaggi davano il Sì in vantaggio, ora sembra profilarsi un testa a testa: è fiducioso sulla possibilità della vittoria del Sì? «Non sono esperto in materia, ma i cittadini a favore del sì devono andare a votare perché è un dovere, perché non si tratta di una civiltà giuridica ma di una questione antropologica, allora ci sono buone probabilità, ma se non si presentano alle urne è un problema perché i sostenitori del no sono molto compatti. Quindi diamoci da fare, invitiamo ad andare a votare e non cadiamo nel tranello di politicizzare i contenuti della Riforma».











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