Sabato 21 Marzo 2026

San Francesco

«La radicalità di Francesco è nel suo grande amore a Cristo»

Intervista a Gianluigi Pasquale, frate minore cappuccino e docente di Teologia, che ha di recente scritto un saggio su quel Santo «pazzamente innamorato del Signore Gesù»

Ostensione san Francesco

(ANSA)

San Francesco d’Assisi è un alter Christus che continua ad attrarre al Signore come una calamita tanti fedeli, in quanto è stato nel mondo trasparenza dell’amore del Padre. Solo in quest’ottica infatti si può comprendere il senso autentico della fiumana di fedeli che sta invadendo Assisi in queste settimane per l’ostensione straordinaria delle sue spoglie mortali. Mettendo a frutto la grazia divina, Francesco ha saputo vivere il Vangelo come un codice di vita assolutamente applicabile, dimostrando concretamente come sia possibile attuarlo nella sua integrità. È quanto conferma e approfondisce Gianluigi Pasquale - frate minore cappuccino e docente di Teologia presso la Pontificia Università Lateranense e lo Studio Teologico Laurentianum dei frati cappuccini di Venezia - nel suo recente e documentato saggio San Francesco d’Assisi e la radicalità del Vangelo (Lindau 2026, pp. 336). Fabio Piemonte, PhD in Storia della filosofia medievale, insegnante di sostegno e storia e filosofia nella scuola secondaria di II grado e autore di diverse pubblicazioni scientifiche, lo ha raggiunto per intervistarlo sulla perenne attualità del patrono d’Italia.

Professor Pasquale, perché il poverello d’Assisi continua ad attrarre ancora oggi le simpatie di numerosi fedeli?

«Da oltre 800 anni san Francesco d’Assisi attrae a sé tantissime persone, credenti e non credenti, papi, re, ma anche persone semplici, a motivo della fraternità. Egli ha avuto la grande intuizione di considerare tutti come fratelli e sorelle, e quindi di creare dei frati che potessero portare avanti il suo carisma in maniera fraterna, in modo che uno si senta amato e rispettato sapendo di avere lo stesso posto nel cuore degli altri. La fraternità è insomma il luogo adatto per iniziare a capire il poverello di Assisi, come ha evidenziato anche papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti».

Quale episodio della vita del Santo custodisce gelosamente nel cuore e per quali ragioni?

«L’episodio della sua vita che mi è più caro è quello in cui il Crocifisso gli parla nella chiesa di San Damiano, rispondendo finalmente alla domanda che gli poneva: “Signore, che cosa vuoi che io faccia?”. E la risposta fu molto chiara: “Va Francesco e ripara la mia casa che, come vedi, sta andando in rovina!”. Tale fatto mi sta particolarmente a cuore perché, quando decisi di entrare in seminario dai frati, vidi un manifesto che mostrava il bel volto di Francesco proprio con questa sua richiesta al Signore, una domanda che mi ha guidato in tutti gli anni della formazione fino al sacerdozio e alla professione religiosa solenne dei voti di povertà, castità, obbedienza. È la domanda autentica che ciascuno prima o poi pone a Gesù - “Signore, che cosa vuoi che io faccia della mia vita?” - e che vale per ogni giorno della propria esistenza».

Sul piano personale, quali aspetti della vita di Francesco l’hanno spinta a rispondere alla chiamata di Cristo nel suo carisma?

«Sicuramente il grande amore che aveva per la povertà, nel non possedere nulla di proprio. La povertà indica una grande libertà dalle cose. Ci si sente così liberi per andare in missione ed evangelizzare il mondo intero, come hanno fatto tanti francescani. E poi l’amore che Francesco aveva per i suoi frati: egli invitava i frati a curare un fratello ammalato come vorrebbero essere curati essi stessi. La Parola ci ricorda che se anche una mamma si dimenticasse del suo bambino, Dio non dimentica i suoi figli: questo amore che il Padre ha per ciascuno noi frati lo sperimentiamo in particolare nell’amore che nutriamo verso gli altri frati. Ecco questi aspetti salienti mi hanno attirato a dire di sì, ormai quarant’anni anni fa, a seguire Gesù Cristo nella forma di vita carismatica di san Francesco».

La sua popolarità tra credenti e non credenti è purtroppo gravida anche di molteplici interpretazioni ideologiche, tra le quali spiccano quella di “santo green”, pauperista e pacifista. Al contrario, Francesco guarda al creato e nel contempo al suo Creatore; alla povertà esteriore non come a un idolo ma quale segno della povertà di spirito di chi confida nel Padre; alla pace non come bandiera da sventolare ma quale frutto dello Spirito dell’uomo che ricerca la gloria di Dio.

«Francesco va capito essenzialmente per il grande amore che ha per la seconda persona della Santissima Trinità, cioè per Gesù Cristo: questo è San Francesco. Non a caso è il primo uomo stigmatizzato nella storia dell’umanità. Nel solco dell’amore verso l’umanità di Cristo, ha approfondito in special modo quali misteri principali della vita di Gesù il presepe e la Via Crucis. Al fine di evitare che egli venga strumentalizzato, bisogna comprenderlo entro questa dimensione: Francesco si era pazzamente innamorato del Signore Gesù e di qui ha cercato di rappresentare tutto quello che Egli aveva sofferto per noi nella grotta del presepio, e soprattutto lungo la via della croce fino al Calvario, motivo per il quale il santo frate è stato stigmatizzato. Il suo è nel contempo un amore trinitario: con questo amore verso Gesù Cristo Francesco mette Dio al centro della sua vita per opera dello Spirito Santo. Se si coglie questa sua intuizione, certi aspetti pauperistici oppure “green” decadono da sé. Infatti Francesco non avrebbe mai pensato di pubblicizzare il suo carisma in queste dimensioni: egli punta direttamente al Signore Gesù e il suo amore per Lui è così grande che - come testimonia l’enciclica Rite Expiatis del 1926 di Papa Pio XI - viene definito alter Christus. Il frate santo loda tutte le creature proprio perché rappresentano degli stigmi di fede nei confronti del Signore Gesù Cristo: da qui nasce il suo amore per il creato, ossia per tutto ciò che è sotto la volta del cielo».

Qual è dunque il segreto della perenne attualità di Francesco, glorioso patrono del nostro Paese?

«Quando san Francesco propose di vivere radicalmente il Vangelo, di fatto pone radicalmente la questione se la cristianità possa essere cristiana. Per questo motivo prima Innocenzo III e poi Onorio III ne approvano la Regola: se gli avessero impedito di vivere questa forma di vita, cioè la radicalità del Vangelo, avrebbero dato credito all’ipotesi che non si possa vivere da cristiani. D’altra parte la sua Regola è vivere il Vangelo alla lettera, in maniera totalizzante e coerente, dal momento che si era accorto che il Vangelo è come un codice di vita assolutamente praticabile da tutti. La sua perenne attualità è garantita da tre sue grandi intuizioni. In primo luogo Francesco non è andato a cercare Dio (quaerere Deum) come ha fatto san Benedetto, ma si è lasciato cercare da Dio, chiedendogli: “Signore, che cosa vuoi che io faccia?”. In secondo luogo ha avuto l’intuizione di considerare gli altri come fratelli e sorelle secondo l’accezione di Paul Ricoeur, ossia il fratello è “un altro per me” per cui mi dice chi sono io veramente. Perciò devo considerarlo uguale a me: io non potrei esserci se non c’è mio fratello; per questo tutti noi frati siamo tali. Infine ha valorizzato il creato come creatura di Dio: di qui la bellezza di proteggere la “madre terra” sulla quale noi siamo abitanti, la quale ha sempre una parola da dirci anche per la nostra attualità».

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