Chiesa
Settimana Santa
«La croce di Cristo è la cattedra che giudica ogni uomo con tanta misericordia»
Intervista a don Gabriele Vecchione autore del libro "Vorrei che fossi qui" con prefazione di don Fabio Rosini: «Bisogna entrare dentro le ferite di Gesù per sperimentare la Sua redenzione»
31 Marzo 2026 - 00:05
(Freepik)
La Settimana Santa - che raggiunge il suo acme nel solenne Triduo Pasquale della Passione, Morte e Risurrezione del Signore - costituisce il cuore della fede cristiana, ripresentando liturgicamente come un memoriale l’evento centrale della nostra salvezza. È quanto illumina con profonda intelligenza e sapienza evangelica don Gabriele Vecchione nel suo Vorrei che fossi qui (Piemme 2026, pp. 160) - il cui sottotitolo recita Variazioni sulla Settimana Santa - in libreria dal 24 marzo. L’autore è un giovane sacerdote romano che nel 2024, assieme a tre famiglie, ha aperto la Comunità San Filippo Neri - E poi?, un centro residenziale per ragazzi e ragazze cosiddetti “fragili” con 17 posti letto sull’Appia, ed è attualmente anche cappellano dell’università La Sapienza. Nel volume ripercorre l’ultima settimana di Gesù sulla terra, dalla domenica delle Palme alla crocifissione fino alla risurrezione, commentando il cuore delle Scritture tra teologia narrativa, esegesi biblica, storia personale e testimonianze di vita vera. Il Timone lo ha intervistato perché le sue riflessioni possano accompagnarci nella celebrazione dei grandi misteri della fede che ci apprestiamo a vivere.
Don Gabriele, da dove scaturisce il suo desiderio di scrivere sulla Settimana Santa?
«La Domenica delle Palme dello scorso anno mi è venuto il desiderio di leggere con maggiore attenzione i Vangeli di tutta la Settimana Santa per seguire le ultime ore di Gesù, perché avevo un estremo bisogno di collegare la storia di Cristo alle storie di dolore che stavo affrontando in quel periodo. Nel libro infatti c’è una sorta di esegesi narrativa: la storia di Gesù è bella, è esemplare, ma a me che sia esemplare non basta. Ho bisogno per credere che sia collegata alle storie degli uomini. Il libro èdedicato alla memoria di tre ragazze di cui ho celebrato il funerale, morte l’una nel periodo del Covid; la secondagiovanissima a 15 anni e la terza a 37 anni. Per cui è come se avessi scritto questo libro avendo di fronte i loro genitori, cioè io dovevo prendermi cura dell’interpretazione di questa vicenda,altrimenti assurda, che avevano vissuto questi papà e queste mamme. Tale volume nasce quindi da una sollecitudine pastorale che il Signore mi ha messo nel cuore».
È un libro di «storie sanguinanti di realtà che regalano realtà ulteriore alla bellezza, già molto reale, della Parola di Dio», come sottolinea don Fabio Rosini nella prefazione. Ce ne racconta una che le è particolarmente cara?
«Relativamente ai diversi incontri di giovani di cui racconto, ce n’è uno in particolare che mi ha molto segnato. Si tratta di un ragazzo che aveva subito delle molestie da parte di un uomo di chiesa e ne venne a parlare con me. Io lo accompagnai a fare la denuncia, ma poi è sparito e non mi ha più risposto ai messaggi. Un giorno l’ho incontrato e sorpreso a fumarsi le canne nel quartiere e si vergognava profondamente di essere stato colto in flagranza. Mi ha detto: “Perdonami, papà”. Quest’incontro lo applico ai figli dispersi. “Ricongiungi a te, Padre misericordioso, tutti i tuoi figli dispersi”. Quando nella Messa c’è questa preghiera, mi scorrono sempre davanti questi figli, forse apparentemente dispersi. La Chiesa prega incessantemente che tali figli siano sempre comunque guardati dal Padre».
Quale incontro di Cristo lungo la via dolorosa del Calvario custodisce maggiormente nel cuore e per quali ragioni?
«La Settimana Santa è una miniera spirituale. Ci sono tantissime cose molto preziose; non tutte le ho potute raccontare nel libro. In special modo la Passione di Cristo è un giudizio. Tutti vengono separati, giudicati: i religiosi del tempo; gli apostoli, che preferiscono mettersi al sicuro rispetto alla paura di soffrire piuttosto che fare l’ultimo passaggio della loro sequela di Cristo; Ponzio Pilato, i potenti, i soldati. Insomma la croce di Cristo è la cattedra di un giudice; ma ciò che mi colpisce è che nel giudizio implacabile c’è tanta misericordia e Gesù prova a recuperare tutti. E c’è anche una sorta di ironia. Forse uno degli incontri che più mi affascina è quello con Simone di Cirene. Quando a un certo punto Gesù non ce la faceva più, il Vangelo di Marco dice: “Costrinsero un tale, Simone di Cirene, a portare la sua croce” (Mc 15,21). Simone l’apostolo è venuto meno, c’è un altro Simone. Si tratta peraltro di un personaggio misterioso perché viene da Cirene, quindi dall’Africa. Lo costringono aportare la croce, ma di chi? La croce di Cristo, quella dello stessoSimone di Cirene o quella di un altro condannato? In realtà è una domanda oziosa. La croce di Cristo è la croce di Simone di Cirene, e viceversa la croce di Cristo può essere la nostra croce. “Nascondimi nelle Tue ferite”, dice una bellissima preghiera di Sant’Ignazio di Loyola: bisogna entrare dentro le ferite di Cristo per sperimentare la Sua redenzione e risorgere con Lui».
Infine quale suggerimento desidera offrire ai fedeli per vivere con maggiore profondità e fervore di spirito i divini misteri della Settimana Santa?
«Non si può vivere una vita cristiana senza preghiera e un cristiano che non prega è uno strumento a corde senza corde. Gesù si ritirava a pregare; quindi figuriamoci se non ne abbiamo l’urgenza noi. La preghiera è sia un’attività interiorein cui ciascuno si chiede perché sia al mondo, ma è anche una passività che implica il ricevere una parola, ascoltare, fermarsi, isolarsi, stare in silenzio per ricevere nel silenzio il suono della parola di Dio, e in special modo i Vangeli che la Chiesa ci propone in tale Settimana che sono ricchissimi. Pertanto se c’è un consiglio da dare è quello di essere “passivi” e ascoltare le pagine struggenti che il Vangelo ci consegna. Come non pensare, per esempio, a quanta delicatezza e tenerezza c’è nel gesto di Gesù di porgere il boccone a Giuda: ci vuole una certa intimità per mangiare nello stesso piatto, come gli innamorati, i padri coi figli. Così Gesù prova a recuperare Giuda e questo gesto ricorre sia nelVangelo del Martedì che in quello del Mercoledì Santo. Insomma se sapessimo quanto siamo stati amati sulla croce, penso che dovrebbero regolare l’accesso nelle chiese mediante le forze dell’ordine».
Nel suo libro commenta anche il Vangelo di Pasqua.
«Sì, anche quello della Domenica in Albis: i discepoli che gioiscono nel vedere il Signore testimoniano la possibilità di essere felici. Si scorge la Resurrezione quando, in maniera del tutto paradossale e inspiegabile, si giunge a essere felici durante e dopo l’esperienza della croce. Questo è quello che hanno vissuto molti santi. Essere felici sulla croce è un’esperienza “divina”, perché l’esperienza comune racconta al contrario come sulla croce ci si ribelli e ci si incattivisca: si è felici sulla croce quando si ha un anticipo, una caparra della resurrezione».










Facebook
Twitter
Instagram
Youtube
Telegram