Domenica 05 Aprile 2026

Guerra

Pasqua in Libano: «Offriamo tutto al Signore, chiedendogli di accogliere la nostra croce»

Intervista esclusiva a don Charbel Chidiac, sacerdote dell’Arcidiocesi Maronita di Beirut

Chidiac

(Don Charbel Chidiac)

Dopo diverse settimane dall’aggressione israeliana in Libano i morti e i feriti sono diverse migliaia, mentre gli sfollati interni sono già oltre 800.000, stando ai dati comunicati dal Ministero della Salute pubblica. Insomma, la situazione nel Paese continua a essere particolarmente critica, dal momento che alle persecuzioni religiose di matrice islamista si aggiungono ora anche i raid missilistici israeliani per la guerra contro Hezbollah che continuano a mietere numerose vittime tra i civili. Di qui, nell’auspicio che quella ormai alle porte non sia una “Pasqua di sangue”, Il Timone ha intervistato in esclusiva don Charbel Chidiac, sacerdote dell’Arcidiocesi Maronita di Beirut, presso la parrocchia di Nostra Signora dei Doni e Nostra Signora della Salvezza e docente di teologia trinitaria e cristologia all’Università “La Sapienza” in Libano.

Don Charbel, com’è attualmente in sintesi la situazione a Beirut e nel Paese?

«La situazione è estremamente dura e segnata da una forte instabilità. La popolazione vive in un clima di grande preoccupazione, soprattutto sul piano della sicurezza: la presenza di figure legate a Hezbollah in alcune aree abitate anche da cristiani espone tutti a rischi concreti e accresce il senso di vulnerabilità generale. Recentemente, alla vigilia della festa dell’Annunciazione, un missile iraniano con submunizioni è stato intercettato sopra una zona cristiana. È stato un momento di grande paura ma, grazie a Dio e sotto la protezione della Vergine Maria, non si sono registrati feriti. Nel Sud del Paese scuole e università sono chiuse, mentre l’economia è praticamente paralizzata: mancano opportunità di lavoro e molte famiglie si trovano in gravi difficoltà. Inoltre c’è una crescente preoccupazione per l’anno accademico, perché molti studenti sono profondamente segnati psicologicamente dai continui rumori dei bombardamenti, che si avvertono ormai fino a Beirut. In generale si respira un clima di incertezza, fatica e timore per il futuro, ma anche una fede che continua, nonostante tutto, a sostenere il popolo».

Quali sono i maggiori timori per la popolazione locale?

«Il timore principale è che questa guerra non abbia né un vero fine né uno sbocco chiaro e che possa trascinare il Paese in una spirale ancora più grave. Molti temono uno scenario di divisione o di occupazione: il Nord esposto a influenze siriane e il Sud sotto pressione israeliana. Questo risveglia il trauma profondo della guerra civile iniziata nel 1975, che resta una ferita ancora aperta nella memoria collettiva. A questo si aggiunge il dramma dell’emigrazione. Dopo la crisi economica del 2019 e il collasso del sistema bancario, molti cristiani hanno già lasciato il Paese. Una seconda ondata si è verificata dopo l’esplosione del porto di Beirut nel 2020 e una terza con le tensioni e gli scontri più recenti tra Israele e Hezbollah. Oggi purtroppo per tanti giovani l’orizzonte è uno solo: partire. Questo suscita un’amarezza profonda, perché il Libano ha una vocazione unica nel Medio Oriente: è l’unico Paese della regione con un Presidente della Repubblica cristiano e ha sempre rappresentato una terra di accoglienza e convivenza per cristiani e musulmani perseguitati. Tuttavia il futuro appare sempre più incerto. C’è anche un appello implicito alla comunità internazionale, e in particolare all’Occidente: non si può pensare alla sicurezza di alcuni senza considerare il prezzo umano e storico che rischiano di pagare i cristiani del Libano. Gli errori del passato non devono essere ripetuti».

Quali sono i principali sacrifici che i fedeli devono affrontare per partecipare alla solenne liturgia della Settimana Santa?

«I sacrifici sono anzitutto umani e familiari e toccano nel profondo la vita delle persone. Una madre, medico, mi ha scritto con grande tristezza perché i suoi figli, che lavorano all’estero, non potranno tornare per le feste. Un’altra mamma mi ha chiesto a che ora fosse la prima Messa, per evitare che le sue figlie vedano altri bambini con il padre accanto, mentre il loro non può rientrare in Libano per il rischio di restare bloccato e perdere il lavoro. Queste non sono eccezioni: migliaia di famiglie vivono la stessa sofferenza, fatta di separazioni forzate e di assenze dolorose, proprio nel momento più importante dell’anno liturgico. A questo si aggiunge la paura concreta legata alla sicurezza. I missili che sorvolano le città e talvolta anche le zone delle chiese creano un clima di forte tensione. Questo rende molto difficile, e in alcuni casi rischioso, organizzare le processioni nelle strade durante la Settimana Santa. Non si tratta solo di timori psicologici, ma di pericoli reali, che condizionano profondamente il modo in cui i fedeli possono vivere e celebrare questi giorni santi. Eppure, nonostante tutto, si percepisce un grande desiderio di non rinunciare alla preghiera e alla partecipazione, anche a costo di sacrifici significativi».

Come la Chiesa sta agendo concretamente per lenire disagi e sofferenze della popolazione locale in questo tempo di guerra?

«La Chiesa si trova a operare in un contesto estremamente complesso, non solo sul piano materiale ma anche umano e spirituale. Personalmente, ho posto una domanda a un gruppo di volontari: “Siete pronti ad aiutare anche persone di fede sciita che oggi si trovano in difficoltà e senza casa?”. Alcuni hanno reagito con durezza, esprimendo un rifiuto motivato dal dolore: molti percepiscono queste sofferenze come conseguenza diretta di scelte che hanno già costretto i loro figli a emigrare, fatto perdere il lavoro e portato distruzione nel Paese. Questa reazione non rappresenta tutti: tanti fedeli continuano generosamente ad aiutare e il Libano accoglie oggi circa un milione di sfollati. Tuttavia esiste una tensione reale, un senso di rifiuto e di fatica che la Chiesa cerca di accompagnare e trasformare. Il compito pastorale è proprio quello di aiutare i fedeli a superare queste chiusure, riscoprendo l’atteggiamento autentico del cristiano davanti alla prova dell’amore, anche verso chi è percepito come “altro” o persino come causa della propria sofferenza. Sul piano concreto, attraverso la Caritas e altre iniziative parrocchiali, la Chiesa fa tutto il possibile per sostenere le famiglie più colpite. Tuttavia le risorse restano molto limitate rispetto ai bisogni enormi. Inoltre anche le istituzioni ecclesiali sono profondamente provate. Le scuole cattoliche e le università attraversano una crisi grave: molte famiglie non riescono più a pagare le rette scolastiche, il che mette in difficoltà le strutture nel garantire gli stipendi ai docenti e al personale, oltre alle spese essenziali. Tra queste c’è persino il costo del diesel per assicurare l’elettricità, dato che la fornitura statale è disponibile solo per poche ore al giorno. In questo contesto l’azione della Chiesa è insieme caritativa e profetica: alleviare le sofferenze immediate, ma anche custodire la speranza e richiamare tutti a una logica evangelica che non ceda all’odio o alla chiusura».

Insomma come si accinge a celebrare insieme ai suoi parrocchiani i riti della Settimana Santa, in special modo il Santo Triduo e la Pasqua del Signore?

«Le rispondo mentre si sente il rumore degli aerei israeliani che bombardano la zona sud di Beirut [venerdì 27 marzo, nda], a meno di dieci chilometri dalla mia parrocchia. In questo contesto celebriamo la Settimana Santa portando sull’altare tutto ciò che viviamo: le nostre paure, le ansie e le sofferenze del Libano, insieme a quelle di un mondo ferito dall’odio e dall’avidità. Offriamo tutto al Signore, chiedendogli di accogliere la nostra croce. Ma lo facciamo con una convinzione profonda: siamo chiamati a rimanere discepoli fedeli, anche nella prova. È Dio che, con il suo amore, trasforma la storia dell’umanità. Per questo il Triduo pasquale non è solo memoria, ma speranza concreta: nella notte più buia continuiamo a credere che la luce della Risurrezione può ancora vincere le tenebre».

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