Domenica 05 Aprile 2026

BIOETICA

Scozia, stop al suicidio assistito: il Parlamento respinge la legge

Respinto il testo sul cosiddetto fine vita con 70 voti contrari e solo 56 favorevoli. Decisive le preoccupazioni sulle derive future e la tutela dei più fragili. Nonché l'appello dei vescovi sulla libertà di coscienza.

Scozia, stop al suicidio assistito: il Parlamento respinge la legge

Immagine generata con Ai

I sostenitori dell’eutanasia avrebbero voluto salutare l’approvazione di questo testo piantando la prima bandiera nel Regno Unito; invece il Parlamento scozzese ha respinto la proposta di legge per legalizzare il suicidio assistito, segnando una battuta d’arresto significativa nel dibattito sul cosiddetto fine vita in Gran Bretagna. L’esito del voto – 56 favorevoli e 70 contrari – è arrivato poco prima della mezzanotte di ieri, al termine di una discussione che ha spaccato trasversalmente gli schieramenti politici e ha visto i parlamentari votare secondo coscienza.

Il disegno di legge, presentato dalla deputata liberaldemocratica Liam McArthur, prevedeva la possibilità per adulti affetti da malattie terminali di accedere alla morte procurata, altrimenti detta suicidio assistito, entro criteri e procedure che avrebbero dovuto essere ulteriormente definiti nelle fasi successive dell’iter legislativo. La McArthur, come da copione, aveva ribadito che non approvare questo testo di legge avrebbe costretto migliaia di persone la cui vita era in fase terminale ad andare all’estero per procurarsi la morte. Molte le perplessità emerse in aula: definizioni ritenute troppo ampie, garanzie giudicate insufficienti per le persone vulnerabili e interrogativi concreti sul ruolo dei medici.

Ma a pesare sull’esito finale sono state soprattutto le preoccupazioni legate alle possibili conseguenze di lungo periodo. Diversi deputati hanno sottolineato il rischio di una progressiva estensione dei criteri, già osservata in altri Paesi dove normative analoghe sono entrate in vigore e dove ormai accedono a pratiche eutanasiche persone depresse, indigenti che non possono permettersi le cure, pazienti con malattie croniche che non riescono ad accedere all’assistenza.

Alla vigilia del voto si era registrato anche un intervento netto dei vescovi scozzesi, che avevano chiesto esplicitamente la tutela del diritto all’obiezione di coscienza per medici e operatori sanitari, un punto ritenuto decisivo. Secondo i presuli, infatti, il nodo non riguardava soltanto l’eventuale introduzione del suicidio assistito, ma il contesto culturale e giuridico che ne sarebbe derivato. Senza una protezione chiara della coscienza – avevano rimarcato – il rischio sarebbe stato una progressiva compressione della libertà dei sanitari, chiamati, più o meno indirettamente, a collaborare a pratiche in contrasto con la loro etica professionale e anche con il loro credo. In una nota firmata da John Keenan, Presidente della Conferenza Episcopale di Scozia, si rimarcava che: “Molte organizzazioni di ispirazione religiosa, tra cui gli hospice e le case di cura cattoliche, portano avanti valori fondamentalmente incompatibili con l'introduzione del suicidio assistito. La Conferenza Episcopale sostiene che nessuna organizzazione dovrebbe essere obbligata dallo Stato a partecipare alla cessazione volontaria della vita quando ciò violerebbe i suoi principi etici o religiosi”.

Ancora una volta la preoccupazione più profonda è stata la diffusione di una “mentalità eutanasica”: non semplicemente l’approvazione di una legge, dunque, ma un cambio di paradigma che avrebbe portato malattia, vecchiaia, disabilità e sofferenza a diventare “problemi da risolvere” piuttosto che fasi della vita in cui la società intera è chiamata a farsi carico e accompagnare. In questo scenario, il valore della vita sarebbe stato subordinato a criteri di autonomia, efficienza o qualità percepita.

Il richiamo all’obiezione di coscienza era dunque un presidio di libertà e dignità della professione medica, ma anche alla vocazione di una società chiamata a dichiarare come vuole trattare i suoi figli più fragili. Certo, il voto negativo del Parlamento scozzese non chiude il dibattito, ma rappresenta uno stop rilevante che può parlare anche al nostro Paese, dove ancora c’è chi presenta l’opzione legislativa come il male minore.

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