Riforma della Giustizia
Riforma della Giustizia
Referendum, perché votare Sì non è di destra
La riforma della giustizia è troppo importante per essere ridotta a battaglia di partito. Le ragioni del Sì appoggiate da chi non te l’aspetti
19 Marzo 2026 - 00:05
Augusto Barbera, Presidente emerito della Corte Costituzionale (Imagoeconomica)
Giorgia Meloni lo ha detto a chiare lettere: in caso di vittoria del no al referendum, il Governo rimarrà al suo posto. Eppure, nelle ultime settimane, ne abbiamo sentite di tutti i colori: vota no contro la guerra, vota no contro il governo dittatoriale di destra, vota no per il femminismo. Sarebbe ridicolo se non fosse tragico: perché chi ricorre a questi mezzucci per tentare di influenzare la scelta dei cittadini dimostra di essere disposto a sacrificare una riforma cruciale e non più rinviabile sull’altare di un cieco antagonismo all’Esecutivo.
Ma se da parte grillina l’argomento attecchisce senza troppi problemi, trattandosi di un elettorato fideisticamente e acriticamente legato ai dettami del capo, qualcosa a sinistra si muove: dalle parti del Pd, qualcuno non ha dimenticato che il garantismo è sempre stato un caposaldo della cultura liberale e che la separazione delle carriere ne è necessario corollario. Quindi, mentre il "popolo dell'onestà" – con un'identità e un retroterra culturale spesso deboli - continua a pontificare su come si debba salvare la Costituzione, quasi che sia l’ultimo esemplare rimasto di un testo sacro che sta per essere dato alle fiamme, i progressisti veri si smarcano, dando vita a un vero e proprio movimento della sinistra che vota sì.
Da Paola Concia, storica femminista e già parlamentare del PD, al costituzionalista Stefano Ceccanti, anche lui ex deputato ed ex senatore del PD, passando per Augusto Barbera - presidente emerito della Corte Costituzionale dopo essere stato anche parlamentare del Partito comunista - fino alla vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno, la schiera di progressisti che hanno scelto di non rinnegare se stessi è assai più ampia di quanto si potesse ipotizzare agli albori della campagna referendaria. Mentre Elly Schlein continua a parlare di giudici – sì, giudici – “sottoposti al controllo dell’Esecutivo” e a raccontarci che al posto della riforma della giustizia il governo avrebbe dovuto impegnarsi ad approvare “il congedo paritario di cinque mesi per entrambi i genitori, retribuito al 100%” – con quali soldi non è dato saperlo – c’è una parte della sinistra che ha scelto di mettere da parte i regolamenti di conti con Giorgia Meloni per il superiore interesse dei cittadini.
D’altronde, che si tratti di regolamento di conti con l’odiatissima leader di Fdi è testimoniato dalle dichiarazioni di Mimmo Lucano, Goffredo Bettini, Nichi Vendola e molti altri che avrebbero volentieri votato sì ma che voteranno no con la speranza, malriposta, che una sconfitta al referendum possa rappresentare una spallata alla Premier. Insomma, siamo davanti a una svolta epocale, attesa da quasi quarant’anni, che realizzerebbe finalmente appieno il passaggio al processo accusatorio voluto da Giuliano Vassalli, socialista e partigiano, e la riforma rischia di essere rispedita al mittente per fare un torto a Giorgia Meloni. Tutto questo con buona pace del diritto degli italiani ad avere un giusto processo, conforme all’articolo 111 della Costituzione, e una magistratura responsabilizzata e libera dal giogo delle correnti.
E allora, a pochi giorni dal voto, vale la pena di ricordare che domenica e lunedì saremo chiamati a votare non su quanto sia stato bravo il governo o su quanto ci stia simpatica Giorgia Meloni, ma sul modello di giustizia che vogliamo per i prossimi decenni. Domenica e lunedì saremo chiamati a scegliere tra una giustizia disegnata sul retaggio del processo inquisitorio, superato da oltre trent’anni, in nome del quale sono state perpetrate indicibili ingiustizie ai danni dei cittadini e una giustizia nuova, moderna, più libera, più garantista, che guardi al cittadino come una persona e non come un numero e che non consideri l’errore di un magistrato che lascia un essere umano in carcere per un anno più del dovuto un fatto “di lieve entità”.












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