Domenica 05 Aprile 2026

Riforma bocciata

Referendum giustizia, il No «politico» ha vinto sul Sì nel merito

L’esito delle urne ha il sapore di un campanello d’allarme per la maggioranza di centrodestra: il 2027 non è lontano. Anzi, è molto vicino.

Referendum sulla giustizia, il No «politico» ha vinto sul Sì nel merito

(Imagoeconomica)

Il treno delle riforme è passato, ma la maggioranza degli italiani ha scelto lo status quo. L’esito del referendum sulla riforma della giustizia – cristallizzato in numeri inequivocabili: ha vinto il No (53,6%) sul Sì (46,4%) – racconta anzitutto questa storia. La storia di un Paese che, con il voto di ieri e domenica, ha scelto di tenersi l’attuale assetto del sistema della giustizia. Un sistema dagli immensi limiti, come mostrano anche decenni di incredibili errori giudiziari – dal caso di Enzo Tortora a quello di Beniamino Zuncheddu –, ma difeso dalla maggioranza dei cittadini anche, se non soprattutto, per bocciare il governo.

Certo, va detto che i profili tecnici della riforma in gioco, in realtà per quanto alla fine riassumibili in tre aspetti – separazione delle carriere tra Pm e giudici, istituzione di due Csm separati e di un’Alta corte disciplinare –, non erano esattamente alla portata di tutti; ed è altrettanto vero che (fortunatamente) solo una minoranza di cittadini può raccontare cosa purtroppo si prova ad entrare in un tribunale da imputati, sperimentando sulla propria pelle e davanti ai propri occhi le inevitabili conseguenze della «parentela» tra magistratura requirente e magistratura giudicante.

Tuttavia, i già menzionati errori giudiziari, le lungaggini dei processi – che pesano per anni come macigni sulle vite di singoli, famiglie e imprese – e l’eco di scandali come il caso Palamara, ecco, si sperava potessero scuotere la maggior parte del Paese. Così non è stato. Bisogna prenderne atto e chiedersi come mai. Sicuramente, dicevamo, la portata tecnica della riforma non era di immediata comprensione. Viceversa, i messaggi – ma forse sarebbe più corretto dire gli spauracchi del No: «il governo vuole controllare i magistrati», «votano Sì mafiosi e pregiudicati», «dobbiamo difendere la Costituzione», ecc. – sono risuonati chiarissimi.

Ecco che allora a fronteggiarsi si sono così trovati due schieramenti: un Sì «tecnico» e un No «politico». E quest’ultimo ha avuto la meglio, agevolato anche da una popolarità governativa oggi non così alta (Palazzo Chigi non potrà non fare un po’ di autocritica), ma soprattutto da una comunicazione risultata più efficace. Che le cose stiano così è certificato dai numeri: tra chi ha votato No, ben il 31% lo ha fatto contro il governo, mentre invece, tra chi ha votato Sì, le ragioni di merito dominano in modo assai netto. Comprensibili, in questo quadro, le esultanze di Elly Schlein e di Giuseppe Conte, usciti vincitori da un appuntamento che vedeva dalla parte opposta alla loro anche tante personalità di sinistra: da Augusto Barbera a Giuliano Pisapia, da Pina Picierno a Stefano Ceccanti.

Viceversa, di certo il governo Meloni non esce bene da questo referendum sul quale pure, per mesi, la Presidente del Consiglio sembrava non volersi immergere, salvo poi farlo in modo chiaro nelle ultime settimane. Per questo il No all’appuntamento referendario in questo 2026 ha il sapore di un campanello d’allarme per la maggioranza di centrodestra: il 2027 non è lontano. Anzi, è molto vicino. E da parte sua il campo largo, per dirla con una battuta, politicamente parlando non è affatto al camposanto: è vivo, lotta ed è anche capace di vincere. Meglio appuntarselo subito per non rischiare, tra poco più di un anno, di non averli visti arrivare.

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