venerdì 16 novembre 2018
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NEWS 7 novembre 2018    di Ermes Dovico
Asia Bibi, il marito all’Italia: «Aiutateci a uscire dal Pakistan»

Dopo l’accordo tra il governo e gli estremisti islamici, in Pakistan si è ristabilita una relativa tranquillità ma il prezzo di questa «pace» è che il dramma di Asia Bibi e della sua famiglia continua. Ashiq Masih, il marito della cattolica perseguitata, ha lanciato un appello al nostro Paese attraverso Aiuto alla Chiesa che Soffre: «Faccio appello al governo italiano affinché aiuti me e la mia famiglia a uscire dal Pakistan», ha detto Masih durante una telefonata con la fondazione pontificia. «Siamo estremamente preoccupati perché la nostra vita è in pericolo. Non abbiamo neanche più da mangiare perché non possiamo uscire a comprarlo», ha aggiunto il marito di Asia, esortando a mantenere alta l’attenzione sulla vicenda perché «è stata proprio questa attenzione a tenerla in vita finora».

Nella mattinata di ieri, mentre si trovava in visita istituzionale in Ghana, ha risposto all’appello Matteo Salvini, raggiunto telefonicamente da Rtl 102.5. «Ci stiamo lavorando con altri Paesi occidentali, bisogna farlo con discrezione e attenzione per evitare problemi alla famiglia che giustamente vuole avere un futuro. Vi posso assicurare che io, da ministro ma anche da leghista, ci tengo che donne o bambini a rischio di vita possano avere un futuro nel nostro o in altri Paesi occidentali, quindi farò tutto il possibile per garantirlo a questa ragazza». Il ministro dell’Interno ha aggiunto che «abbiamo tanti italiani che lavorano in Pakistan, perciò qualunque parola in più o in meno potrebbe essere nociva per loro», ricordando poi che «il nemico è il fanatismo». Ha quindi promesso di «accelerare i contatti».

Speriamo che chi ha competenza per farlo, dallo stesso Salvini al ministro degli Esteri Moavero Milanesi (che a sua volta ha diffuso una nota), agisca concretamente, rimediando a ciò che fino a poche ore fa è apparsa una generale inerzia delle istituzioni, da quelle italiane alla comunità internazionale, fino a quelle ecclesiastiche. Sembra infatti che solo grazie ai riflettori accesi sul tema (compresa la petizione lanciata domenica dal giornalista Giulio Meotti e già sottoscritta da oltre 17.000 cittadini) qualcosa si stia muovendo. Il governo italiano sta ricevendo sostegno da diversi partiti, anche su schieramenti opposti, affinché conceda l’asilo politico ad Asia Bibi e ai suoi cari. Ieri è intervenuto pure il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, con un tweet e una lettera pubblica, in cui ha assicurato a Masih che si impegnerà in prima persona: «Contatterò personalmente le competenti autorità pachistane per chiedere loro di fornire a te e alla tua famiglia i documenti di viaggio necessari».

Da parte loro, Asia Bibi e il marito si stanno muovendo su più fronti: prima ancora dell’appello diretto all’Italia, hanno chiesto asilo politico al Canada, al Regno Unito e agli Stati Uniti. Stessa richiesta al governo spagnolo, rispetto a cui sta facendo da tramite CitizenGo, in contatto costante con la famiglia. Intanto, la donna «è tornata di nuovo in carcere a Multan», mentre i suoi familiari stanno in una località segreta, secondo quanto dichiarato ad Asia News da Joseph Nadeem, direttore esecutivo di Renaissance Education Foundation, una fondazione che sta aiutando la madre cristiana.

Nadeem è stato critico riguardo alla scelta dell’avvocato di Asia Bibi di fuggire all’estero e gli ha chiesto di tornare in patria («Abbiamo bisogno di lui in Pakistan»); intanto Muluk, il quale prima della partenza aveva detto all’Afp che «nello scenario attuale non mi è possibile vivere in Pakistan», ha fatto sapere di aver lasciato il Paese asiatico «contro i miei desideri» perché sarebbe stato pressato in tal senso da ambasciatori dell’Ue e dell’Onu preoccupati per la sua incolumità. Ma un portavoce delle Nazioni Unite ha respinto questa versione.

Muluk, uno dei musulmani che in questi anni si è esposto a favore di Asia, ritiene che il governo abbia firmato l’accordo con i fondamentalisti islamici del Tehreek-e-Labbaik Pakistan (Tlp) per consentire a questi ultimi di «salvare la faccia» e che Asia sarà presto libera al «100 per cento». Ce lo auguriamo, ma l’islamismo rimane un problema che va affrontato. Il Tlp, fondato nel 2015, ha ottenuto 2.234.316 voti (il 4,2%) alle elezioni dello scorso 25 luglio, con un’ascesa «sorprendentemente» rapida secondo gli analisti. E dopo l’assoluzione della madre cristiana è riuscito a gettare nel caos il Paese con tre giorni di manifestazioni violente, senza dimenticare che la propaganda non risparmia nemmeno i piccoli, come mostra un video in cui dei bambini «giocano» a impiccare Asia Bibi perché «blasfema». Perciò è quantomai necessario accogliere l’invito rivolto dal marito attraverso Asia News: «Abbiamo bisogno di protezione. Aiutateci e pregate per noi, pregate per la nostra salvezza e per la giustizia per Asia Bibi».


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